Intervista ai Dirty Trainload

A cura di Mario Mutti

Come nasce un pezzo dei Dirty Trainload? Uno di voi porta un’idea grezza e ci lavorate in sala o ognuno lavora un proprio brano e poi lo rifinite insieme?

BOB: Capita di seguire sia l’una che l’altra strada. Alle volte io o Livia proponiamo alla band un brano compiuto e tutti insieme ne rifiniamo l’arrangiamento in sala prove, altre volte una nuova song nasce da uno spunto o da un riff che sviluppiamo e strutturiamo con lavoro di gruppo.

Livia abita a Santa Cruz, California per cui, quando non è in Italia si rende necessario lavorare a distanza: capita così spesso che io le invii la registrazione di un’idea allo stato embrionale e che lei la sviluppi con lyrics e linea vocale, il nostro secondo album “Trashtown” è fatto quasi tutto così.

Andate in studio già con strutture ed arrangiamenti finiti o vi lasciate influenzare dall’atmosfera, dagli strumenti che magari trovate sul posto?

BOB: Un modo di operare non esclude drasticamente l’altro; ci piace presentarci in studio di registrazione con idee chiare e brani ben rodati dal vivo… anche per ragioni economiche Ha! Ha! Tuttavia seguiamo il lavoro in studio con mente ed orecchie bene aperte, per essere pronti a cogliere gli spunti e le idee che possano nascere in sala di registrazione. L’interazione con il producer è davvero importante, abbiamo avuto la fortuna di lavorare sempre in grande sintonia, con Fabio Magistrali per i primi tre album e con Filippo Strang del VDSS Studio di Morolo-Frosinone per il nostro nuovo lavoro “Revolution and Crime”. Succede che alcuni brani che sembravano partire come brani “secondari” vengano valorizzati dalle idee che nascono in studio ed acquistino importanza.

La performance live ha dalla sua parte l’impatto visivo ed emotivo dell’evento e dell’interazione con il pubblico, il lavoro in studio, per risultare altrettanto interessante, deve necessariamente sopperire a questi aspetti con una buona produzione.  

LIVIA: Per me l’ esperienza di registrazione ha sempre della magia in sé.

Siamo certo ben preparati, ma a volte è un piacere poter aggiungere uno strumento o due a pezzo quasi completo, cosa che non succede facilmente quando si suona live. Per questo quarto album “Revolution and Crime”, per esempio, ho sposato la chitarra baritona e ho ‘tradito’ il banjo.  Mentre on stage devo necessariamente optare per la baritona, sull’album ho potuto fare dei commenti con il banjo su diversi brani. Discorso analogo per il theremin, che però mi sto industriando a suonare anche on stage, in contemporanea alla baritona.

Finisco dando una grande enfasi al connubio che si instaura con il produttore. Se fra band e produttore c’è una solida intesa sul tipo di espressione che si cerca, la creatività si può scatenare e a volte alcuni aspetti di un brano possono trasformarsi e altri aggiungersi. Insomma, si intensifica la sua personalità originale.

 

Registrate tutti insieme, magari lasciando qualche sbavatura, o separatamente?

BOB: Quale delle due soluzioni ti aspetteresti da una band che si chiama Dirty Trainload? Ha! Ha! Suoniamo tutti insieme per preservare freschezza, feeling ed impatto della performance live, poi aggiungiamo parti vocali e overdub, dove necessari. Le “sbavature” fanno parte del gioco e del nostro suono.

LIVIA: Mi piace molto l’ impatto di una tight band, e penso che quello ce lo abbiamo, conservando il nostro approccio ‘sporco’, nel suono e nella attitude.

Mi è piaciuto anche il commento di Filippo Strang, felice ed incredulo che io cantassi i brani dall’inizio alla fine senza richiedere interminabili ‘punch in’ di aggiustamenti vocali. Non critico certo chi lavora in modo diverso, in sala di registrazione ognuno ha il suo metodo, ma sono molto soddisfatta del nostro …e anche i producers!

 

Analogico o digitale?

BOB: Non abbiamo idee preconcette perché ho imparato da vecchie esperienze che anche da nastro analogico può uscire una registrazione fredda e mediocre: ciò che veramente fa la differenza è l’uomo seduto nella stanza dei bottoni. Certamente i nostri producer sanno che il suono di Dirty Trainload si sposa molto bene con l’equipment analogica e ne fanno ampio uso. È interessante notare, che nei nostri primi tre album, pur usando recorder digitali, non abbiamo mai fatto ricorso a computer, software di editing e plug-in: era il modo di lavorare di Magistrali.

Il vostro genere è di quelli che “esplodono” dal vivo . Leggo che avete suonato molto all’estero. In Italia come si pongono organizzatori e proprietari di locali nei confronti della vostra musica? Non sicuramente “mainstream”.

BOB: Come dici giustamente, non siamo la tipica band “trendy” che solitamente rientra nelle grazie di club e agenzie di booking italiane; tuttavia in molti riconoscono che le nostre esibizioni hanno nerbo, energia e anima. Possiamo affermare di aver calcato un gran numero di palchi in Italia, in Europa ed in USA e non deludiamo mai il nostro pubblico.

LIVIA: In passato è successo qualche volta che un booking agent o proprietario di venue abbia sottovalutato l’impatto energico e sonoro del nostro set! Siamo una band che affonda a pieno le radici nel blues, ma quel che proponiamo è lontanissimo dalla sua forma tradizionale e prevedibile.  Ora siamo ben consapevoli di questo e non esitiamo a dire di no ad un concerto che ci farebbe anche gola se non è ben chiaro che ci esprimiamo senza compromessi.

Dal vivo vi piace improvvisare e jammare allungando i pezzi o siete fedeli alle versioni in studio?

BOB:  Ci sono alcuni brani che rendono al meglio in forma stringata ed essenziale, altri che lasciano spazio a “derive strumentali”. Ciò che rende veramente interessante un concerto, è l’elemento imprevisto. Ci piace uscire dalla nostra “comfort zone” e abbandonare il seminato.

LIVIA:  il bello del live è che ogni situazione cambia la nostra partecipazione. Partiamo da un set list, ma ogni pezzo acquisisce una sua vita a seconda del momento, e certamente del pubblico, la cui partecipazione è un elemento importante, è simbiosi.

Con quest’album “esplorate” la formazione a 3. Cosa vi ha portato a questa scelta?

BOB: Dirty Trainload è stata per anni una formazione in duo. Avevo registrato il secondo album “Trashtown” in coppia con Livia che cantava e suonava percussioni e vari strumenti e il penultimo album “A Place For Loitering” in coppia con Balzano alla batteria. L’attuale line-up non è che la fusione delle due precedenti formazioni: 2 + 2 = 3 Ha! Ha!

LIVIA: Non sono riuscita a star lontana a lungo da Dirty Trainload!  Questa forma di espressione, e il magnetismo che una chitarra potente come quella di Bob esercita su di me, mi ha fatto desiderare enormemente di riprendere a collaborare.  Sono grata a Balzano e Bob di avermi accolta, ed ora che non devo improvvisarmi batterista, sono entusiasta del mio ruolo strumentale, con la baritona e a volte il banjo, come sono contenta di non essere l’unica vocalist.  Bob ha un vocione che è una bomba!

I vostri sono testi con impronta sociale, avete mai pensato che l’utilizzo della lingua inglese rallenti l’impatto delle vostre parole? (almeno in Italia)

BOB: Pensiero interessante Mario. Credo che qui entri in gioco il nostro background musicale, più legato al rock e al blues “anglofono” che ad un’impostazione cantautorale. Inoltre, se da un lato cantare in Inglese può penalizzarci entro i confini nazionali, d’altro canto può aprirci le porte ad un pubblico virtualmente universale, e questo è l’aspetto che più ci interessa.

LIVIA: Devo dire che mi sto rendendo conto che invece l’inglese sta davvero conquistando la audience in generale. Vedo che la gente capisce sempre di più quel che cantiamo!  Questo mi fa molto piacere, perché sia io che Bob scriviamo i nostri testi con cura, dicendo esattamente quel che vorremmo fosse sentito… molto spesso si, a tema sociale e politico. Un pezzo in italiano potrebbe essere un esperimento interessante, e ci ho pensato a volte, ma Dirty Trainload è comunque una band internazionale e da un decennio o più si esprime nella lingua che ha dato origine a questo tipo di suono.  Non c’è bisogno di forzare la nostra nazionalità italiana su qualcosa che appartiene all’Inglese. Detto ciò, spero che i nostri ascoltatori sentano i nostri testi, che sono parte importante e integrante da sempre di quello che la band offre.

Chi è il vostro “ascoltatore tipo”?

BOB: Se pensate che il blues sia una forma musicale legata al passato e sepolta nella tradizione, la nostra musica non fa per voi. Se, al contrario intendete il blues come forma espressiva vitale ed in evoluzione, sempre aperta a contaminarsi con nuovi linguaggi, benvenuti a bordo del Dirty Train!

Noi crediamo che il mondo abbia bisogno oggi più che mai di blues, ma non parliamo del blues illuminato dai riflettori dei grandi palchi, niente stelle e strisce qui.

Il blues che amiamo è quello legato alla terra, nato tra il fango, dalla fatica, dal sudore, in condizione di disagio sociale e povertà. Suonare oggi il blues in Italia o nel resto del mondo secondo noi significa cercare una via personale ed emancipata da cliché e schemi, significa farsi portatori di una voce fresca e vitale, una voce antagonista, stanca di vedere un mondo diviso in maniera sempre più drastica tra cittadini “di serie B” e  “cittadini di serie A”. La società in cui viviamo persegue in maniera ossessiva l’obiettivo del rendimento e del profitto economico e nutre una vera fobia verso tutto ciò che è vecchio o sporco o malandato.

Dirty Trainload è blues, una vagonata di lerciume, una spina nel fianco di un mondo edulcorato dove tutto deve essere pulito, asettico e perfettamente efficiente.

Rifiutiamo l’idea che ormai i più giovani ascoltino soltanto Trap e Reggaeton e che il nostro modo di intendere ed interpretare il blues, il garage-punk, il rock’n’roll sia datato. Ciò che suoniamo oggi non è “mainstream” o trendy perché anche quando eravamo adolescenti detestavamo il mainstram e non ascoltavamo musica trendy. Ci siamo sempre nutriti di cultura e musica underground. Capita così che ci sentiamo perfettamente a nostro agio sul palco di un blues festival così come su quello di un centro sociale o di in una serata con gruppi punk.

LIVIA: Amen!

Dove si può trovare l’album?

Il modo più pratico e rapido è fare riferimento al link:  dirtytrainload.bandcamp.com

La domanda che non vi hanno mai fatto e quella che sperate non vi facciano mai

LIVIA: la domanda che non mi hanno mai fatto: “Come ti senti quando ti chiamano “la cantante?”   Ecco la risposta: mi si alza il sopracciglio! A volte non capisco perché certi ‘schemi’ rimangano così rigidi, e se sei una donna e canti sul palco, sei “la cantante”.

Non importa che ti si veda passare da una chitarra baritona ad un banjo, da un wash board al theremin …anche se non sei l’ unica a cantare, sei “la cantante”!

…grazie per lo sfogo!! Ah aha!!

La domanda che spero nessuno mi faccia mai: “scegli la California o l’ Italia?”  E’ dura avere il cuore in due posti lontani, ma Dirty Trainload sarà sempre la mia terra di mezzo.

 

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