BACHI DA PIETRA-“Quintale”(recensione)

BACHI DA PIETRA”Quintale”(La tempesta/venus-cd; Woodworm/Audioglobe-su vinile)
Quintale. Mai titolo fu più veritiero. E,onestamente, non ho trovato ultimamente  un altro disco italico che rappresenti un perfetto spaccato dei tempi dolorosi in cui viviamo,che ne renda l’idea appieno,insomma.Mi era capitata una simile sensazione anche con “Padania”degli Afterhours, altro disco (molto bello) di cui forse un giorno vi riparlerò, però qui con i Bachi Da Pietra, prende ancora più campo quel senso di inquietudine e disorientamento di cui è preda la nostra generazione, complice anche il difficile momento che stiamo vivendo.
I Bachi da Pietra prendono”la bestia per il ventre”, ma lo fanno senza retorica,e senza smargiassate  gratuite. Però allo stesso tempo senza compromessi.Prendere o lasciare. “Quintale”è un disco  che si ama o che si odia, senza mezze misure. Inutile dire che noi l’abbiamo amato, ci piace davvero molto. Di sicuro non è un disco facile,ma i musicisti veramente interessanti ne hanno mai fatti di dischi facili? Di sicuro per molti,ma non per tutti;ma dei molti, i Bachi da Pietra se ne fregano e a ragione, perché il disco non fa sconti a nessuno, me li immagino beffardi a sogghignare un: “Te l’avevamo detto, se ti piace il disco è ok, sei con noi; se  hai paura di sporcarti le mani, lascia perdere, non perdere il tuo tempo con noi,e vattene pure affanculo!”.
Piccolo riassunto della band,prima di affrontare la recensione di questo disco dal fascino oscuro (che esce come cooproduzione tra varie label,sia su cd che su vinile), per chi si fosse perso le puntate precedenti: i Bachi da Pietra sono nati nel 2004, dall’incontro di Giovanni Succi (chitarra, voce, basso e testi, già con i Madrigali Magri) e Bruno Dorella (batteria, già con i Ronin e gli Ovo, oltre che ex Wolfango) e “quintale” è il loro quinto disco,settimo se includiamo anche lo split ep coi Massimo Volume e un live uscito nel 2010. Stop alle premesse, si parte col disco,ma un avviso: indietro non si torna….
“Quintale”si apre con una randellata sonora, pesante, cadenzata e spietata come un macigno dal titolo”Haiti”.
Un sound corposo che ti striscia intorno,un carrarmato doom/stoner metal, però dalle scorie radioattive, impenetrabile ma non privo di una certa melodia e da un testo molto personale,introspettivo,con un cantato quasi growl che recita scenari di solitudine urbana.
“Brutti versi”è un rock&roll inacidito,dalle venature heavy blues(ma con un’anima punk),dominato dall’incazzatura del testo(“Li hai spesi per stamparli, ora mi mandi i tuoi brutti versi e non i soldi che mi devi”),in cui i Bachi da Pietra riversano tutto il loro odio,senza alcun compromesso di sorta.
Non c’è ancora un attimo di respiro perché si passa subito ad un’altra mazzata carica di rabbia,”Coleotteri”, dalle sferzate tipicamente metal. Si ritorna quindi su una furia sonora ai limiti del thrash più cadenzato e senza compromessi, senza però  inutili fronzoli.
Un duello sonoro chitarra/batteria che crea un muro di suono ritmico-granitico su cui si erge il cantato,uno sfogo mai domo sulla falsa libertà e sugli stereotipi (“sei LIbero,coleottero,di essere come ti vogliono/sei libero,di sceglierlo”).
“Enigma”è un brano completamente differente,dall’atmosfera però sempre tesa, nervosa (ma in un’altra maniera), in cui Giovanni si scaglia contro tutti,compreso sè stesso e il collega, le etichette che li producono (e distribuiscono), gli amici e i colleghi musicisti, e tanti altri,affermando l’impossibilità di sapere e di capire,in una dichiarazione di” non-speranza”( o contro le false speranze,a seconda delle interpretazioni).L’enigma non si scioglie nemmeno quando un sax di sapore free irrompe a chiudere il pezzo (Ad opera di Arrington de dyoniso).
Con “Fessura”la tensione si allenta lievemente,ma è un attimo, perché  i toni scuri del pezzo e del testo (“Fammi fesso,fessura/tutto scorre e muta”),fanno sì che l’introspezione si inacidisca,senza perdere l’ironia.Gran lavoro di chitarre su una batteria rocciosa, precisa.
A loro modo,un barlume di melodia contorta fa capolino (e anche la chitarra di Giulio Favero).
E’la volta di un blues dalle tinte noir quando parte”Mari lontani”, o meglio della versione del blues che possono dare i Bachi Da Pietra,ovvero molto personale,come sempre. Un’atmosfera cupissima,acida,per uno dei brani più complessi e lunghi del disco(uno spleen dark attanaglia la canzone).
Se”Mari lontani”era la versione più bluesy dei BAchi,”Io lo vuole”è il lato più rock&roll,in cui vengono fatti a pezzi tanti luoghi comuni,riferiti alla  stupidità dell’intolleranza (“impiccare,scuoiare,violentare,bruciare/hai scritto di volerlo fare/affogargli la testa nel cesso/tu l’hai scritto,vuoi farlo adesso”). Non c’è speranza per l’estremista,di qualunque parte, perché l’individuo è totalmente svuotato di contenuti,superficiale, da essere inclassificabile,e quindi rasoiato da un meritato sarcasmo al vetriolo (“Tu,aguzzina moderata convinta nata/la schietta partigiana camerata)”.Pure schegge di napalm contro chi sputa sentenze a casaccio,con la sua ipocrisia.
“Pensieri,parole,opere”è un’altra rasoiata rock&roll via punk ,cantata in inglese nella prima parte e poi in italiano(“Tu saresti Dio/ma ti perdono,ho sbagliato anch’ io)”, irresistibile nella sua sfrontatezza. E con il ghigno implacabile sulle labbra.
“Paolo il tarlo”fonde le influenze heavy/R&R,con improvvise sfuriate noise e cambi di tempo sferzanti. Un brano insolito,che comunque riassume molti aspetti della musica dei Bachi da Pietra:rabbia,ironia,pesantezza sonora, istinto punkoide in meno di tre minuti.
Le dissonanze sonore e la crudezza sonora sono ampiamente dispiegate nell’introduzione di”Sangue”, che è esattamente quello che il titolo promette.Cattiveria di origine metal e un testo che fa riflettere (“sangue sempre per niente”). Il termine”metal”nel caso dei Bachi da pietra,è da prendere con le molle,in quanto è come se i nostri prendessero i lati e le caratteristiche più pesanti e rocciose del genere-leggi riff al catrame e ritmiche cartavetrate-spogliandolo però di orpelli inutili e quindi niente soli fine a sé stessi-se non appena accennati-ma un magma sonoro di pura lava incandescente,allo stesso tempo nera come la pece.Ridurre tutto all’essenziale,all’osso,per sferrare attacchi ancora più duri.E la cosa ai Bachi da Pietra riesce perfettamente
“Dio del suolo”è un bellissimo pezzo,ed il mio preferito del disco. E’ una ballad a suo modo molto melodica,,e anche un attimo di respiro dopo le bordate sonore precedenti.Un brano che da un lato ha una sua strana dolcezza,e dall’altro(soprattutto nelle liriche) mantiene una certa forza disturbante,straniante.Nella sua meditazione contemplativa (“Impari ad amare gli insetti più strani,se li vedi”),non viene abbandonata la crudezza dell’immaginario,che si tinge inaspettatamente però di una certa poesia virata in scuro(“Posso darvi l’amore e la morte insieme”).
Insolitamente melodica,ma mai banale, è anche “Ma anche no”, sempre in quel contrasto di amara dolcezza delle chitarre,che non abbandona i turbamenti contemplativi del brano precedente,ma li sviluppa ulteriormente in un senso straniante di precarietà emotiva.

La Tv di Biluè di Giovanni D'Iapico

A questo punto, il vinile finisce qui, ma non il cd che ha un brano in più chiamato”baratto@bachidapietra.com”, ed è un brano insolito, per il fatto che non si sentono spesso brani così sinceri,diretti al fondo della questione  e quindi coerenti. Infatti è una canzone, in cui i Bachi da Pietra non hanno paura di confrontarsi e dire la loro sulla questione del download (gratuito) forsennato che danneggia chi di musica deve pur vivere.Il brano fin dall’inizio non nasconde un certo sarcasmo (“La qualità audio di questo brano è molto scarsa, per la registrazione non abbiamo seviziato alcun fonico, é stato registrato con un telefono e non ci è costato niente,a parte il telefono”recita il parlato nell’introduzione),ed affonda il dito nella piaga in maniera riuscita,in cui i nostri propongono allora un baratto in cambio del free download del loro disco,se proprio ci deve stare ….Un brano davvero riuscito,con dell’amara ironia,che racconta comunque una grande verità,ed è impossibile rimanerne indifferenti.Probabilmente questo pezzo disturberà qualcuno(già sento le critiche degli scettici),ma naturalmente non me;mi permetto quindi una considerazione personale essendo anche io musicista,so bene quanta fatica ci vuole per realizzare un prodotto,e quanto sbattimento per proporlo in giro,oltre che all’affrontare l’ostracismo dei locali,ecc.ecc, tutte cose che chi vuole tentare di vivere di musica e del proprio prodotto ( e”mondo”) musicale, conosce bene e quindi anche i BAchi Da Pietra e chiunque abbia come loro,un progetto artistico degno di nota.Quindi mi sento di appoggiare in pieno la scelta dei Bachi da Pietra di inserire questo sfogo nel disco( e appoggio lo sfogo stesso), e si sente che la rabbia e le parole sono sincere.Come sincero, del resto, è tutto il disco, onesto ,viscerale, a tratti crudo,ma sempre coerente. Ma probabilmente i ragazzi dei b.d.p. sono già oltre tutto questo:a loro molto probabilmente non gliene frega un cazzo delle vostre critiche, delle mie parole positive o dei pareri discordanti di altri, loro tirano diritti per la loro strada. E fanno bene.
Come ho detto all’inizio di questa mia umile recensione : prendere o lasciare, a voi la scelta. E noi,sinceramente, ci sentiamo di dire che abbiamo raccolto la sfida e seguiremo fortemente i bachi da pietra attentamente nelle prossime mosse,sia studio che live.
Sarà anche solo rock, però una volta tanto, l’onestà da questi solchi, piaccia o meno, è palese e palpabile.

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