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L.E.S. “metempsicosis” (autoproduzione)

L.E.S. “metempsicosis” (autoproduzione)

A CURA DI FRANCESCO LENZI

Ultimamente stiamo assistendo al ritorno del rock progressivo;e,come ho già detto in occasione dell’articolo delle Porte non Aperte,la cosa non può non farmi piacere,dato che sono un cultore di certe sonorità.
E’quindi un vero piacere parlare di un’altra band,anch’essa di firenze,come il gruppo di cui parlai tempo fa.Si chiamano L.E.S. ovvero Lazzeri-Ermini-Salucco,che sono i cognomi dei componenti del gruppo,rispettivamente Fabio Lazzeri alla batteria e al programming,Michele Ermini alla voce e Lamberto Salucco,polistrumentista alla chitarra,al basso e alle tastiere(oltre che al programming).” Metempsicosis”è un lavoro estremamente coraggioso,originale ed è oltretutto ottimamente registrato,nonostante si tratti di un’autoproduzione:come nella tipica tradizione prog,è un concept album,basato sulla reincarnazione.
Si tratta di un disco abbastanza complesso,e allo stesso tempo però affascinante,ricco di mille sfumature;andiamo ad analizzarlo pezzo per pezzo.”Fuori di me”è il primo brano che si apre con un urlo agghiacciante,per poi sfociare in due diverse anime.L’introduzione è un delicato arpeggio umbratile,con un dialogo basso/chitarra/synth e una batteria sincopatissima;poi,il brano sfocia in sonorità più hard e quasi metal.Il testo parla di un uomo che,dopo aver ucciso una donna,sente di dover espiare la sua colpa.Ottima la simbiosi musica/testi,con un incessante dialogo tra le chitarre,le tastiere e la sezione ritmica implacabile,che si snoda su territori a metà tra tradizione e modernità prog rock.Già da questo primo brano s’intuisce che il trio ha una forte personalità,oltre che indiscusse capacità tecniche.
“Un filo d’erba”,aperto dai suoni della natura,è un brano dall’atmosfera blueseggiante,con chitarre e tastiere limpide e”liquide”,con un testo molto riflessivo e introspettivo.Il ritornello è un contrasto tra toni sereni e più oscuri,in bilico quindi tra accordi maggiori e minori.Molto emozionante,e con un finale inquietante che lascia presagire cosa succederà poi.
” A morte!”è il terzo brano del cd,e vede il nostro protagonsita condannato a morte.Il pezzo si apre con dei delicati arpeggi di scuola dark prog,con rumori di passi e di cancelli che si aprono.Il testo è un dialogo tra il condannato a morte e il suo”boia”,con alcune parti che si ricollegano all’introspezione del brano precedente(“Ero filo d’erba che si era spento al buio”),per poi lasciare spazio alla spietata realtà,anche se rivestita di una dolcezza poetica(“sedia elettrica per chi ha stuprato la poesia/io non so chi sono sai,sembra un incubo oramai”).Il pezzo è favoloso,dominato dalle tastiere e dai synth,in cui fanno capolino influenze tipicamente anni ’70,che mi riportano alla mente come atmosfera i Goblin,ma anche alcune cose del Balletto di Bronzo,filtrate però in un’ottica moderna e personale.”Pausa”è,nella sua brevità,un pezzo vagamente più rilassato,ma al tempo stesso molto lirico;il protagonista è morto,però è “ancora vivo”,come descrive il testo:è il primo passo della reincarnazione,e quindi della “presunta liberazione”del protagonista stesso,dopo il male compiuto.Un’atmosfera bellissima,con un assolo di chitarra fantastico e delicato al tempo stesso,sospeso,dal sapore vagamente canterburyano.”Delirio d’immortalità”è esattamente quello che promette il titolo:un brano dolcissimo,dalle atmosfere sognanti,con il protagonista che s’interroga sulla sua curiosa situazione di reincarnato(“Son vivo o no,son morto o no?/mi perderò nel vuoto ma/ho visto già che forza ha quest’irrealtà/Nelle vite che ho passato già/era tutto vero”).Forse uno dei pezzi più intensi e belli del disco,molto riuscito,nella sua inquietudine esistenziale sospesa nell’aria….commovente nell’indagare tra le pieghe dell’anima,su quello che è e quello che sarà.Dopo un altro solo efficace di chitarra molto bello,finale recitato con delle tastiere quasi ambient nella loro splendida pacatezza(e poco prima della fine,fa capolino un altro solo azzeccatissimo,durante la ripresa dell’inciso,prima del”respiro affannato”che anticipa il prossimo brano).”L’amore che non ho avuto”è un altro brano che indaga tra le pieghe dell’anima del protagonista:esso finalmente scopre di essere vivo,anche se non nel corpo che si aspettava di trovare probabilmente(come vedremo poi successivamente).La vicenda si fa complessa e continua la poesia nel descrivere un atto d’amore,mentre il protagonista s’interroga su mille dubbi.Musicalmente è una ballad molto rilassante,chiaramente in ambito prog,squarciata qua e là dalle distorsioni delle chitarre(mi vengono in mente come atmosfera i timoria di”viaggio senza vento”,solo per un’associazione mentale mia,perchè poi il brano è originalissimo e vive ovviamente di luce propria).Azzecatissimo come sempre il connubio testo/musica(“se avessi conosciuto questo amore prima giuro che non sarei diventato pietra per l’affetto che non ho avuto mai”);l’effetto emozionale è garantito,assolo chitarristico come sempre da applauso,che scardina l’anima.”La preda”è un brano dalle varie sfaccettature,da improvvise mitragliate prog metal,ad alcune parti tastieristiche molto rilassate,su cui si stagliano degli arpeggi delicati;il testo è molto riuscito nel descrivere la simbiosi tra il protagonista ed un cervo,entrambi”prede”per eventuali”cacciatori”.L’inquietudine esistenziale ritorna chiaramente nel finale,in un connubio di chitarre heavy e tessuto prog.C’è da dire che,nonostante i cambi di tempo e l’enorme tecnica dei musicisti messa in gioco,questa non è mai fine a sè stessa e non stanca mai,è al completo servizio della canzone(compito non facile,ma che i L.E.S. portano avanti alla perfezione,vincendo la sfida).
“Nuvola”si apre con un’atmosfera tra il disteso e l’onirico,un pò blueseggiante,è una compenetrazione perfetta tra chitarra solista,tastiera ed il testo di matura introspezione.Un’atmosfera sognante,bellissima,per certi versi anche rilassante e rilassata,però sempre con dei piccoli elementi di inquietudine.
“Ciò che si è perso”è una ninna nanna che descrive l’angoscia del protagonista che rivive,bambino, l’abbandono del padre;Ottimo il contrasto,com’era per la traccia precedente,tra l’atmosfera eterea,quasi dolce,e la tematica non facile del testo,anche se sempre trattata con fare poetico,mai crudo.Improvvisamente però il finale svela la sua anima più rock,che lascia quasi un filo di speranza in sublime contrasto come dicevamo col testo(“Quel che ho perso non lo riavrò mai /quel che si è perso non si riavrà mai”)….IL finale riprende la ninna nanna tradizionale citata anche nell’introduzione,però in salsa dark(per così dire).
“Metempsicosis”(la title-track),l’unico brano strumentale del disco,sono quasi 7 minuti di affascinante prog rock,con varie anime che s’incastrano tra di sé.E qui i L.E.S. danno veramente sfoggio delle indiscusse capacità tecniche,in grande spolvero…Tra turbini di tastiere di ogni sorta e riff di chitarra heavy,fanno capolino anche soluzioni musicali decisamente più complesse,che mi riportano alla mente le cose più aggressive e sperimentali del prog settantiano,stemperate però in arpeggi decisamente heavy,che donano un sapore originale al tutto.Un brano nella migliore tradizione strumentale prog,ma al tempo stesso modernissimo e originalissimo:da applauso il perfetto equilibrio e incastro della sezione ritmica,degli assoli chitarristici e di tastiera.Un delirio sonoro perfettamente organizzato,anche nelle parti più oscure…Un brano che sicuramente sarà il piatto forte nelle esibizioni live dei L.E.S.,dalla tecnica come dicevamo sopraffina,che lascia di stucco.
“La mia vita”è la descrizione di un”passaggio”da una vita all’altra del protagonista,tra arpeggi delicati e tastiere ombrose(“Ora che sopporto meglio questo buio/questo silenzio del trapasso di un risveglio che non so”recita il ritornello,in una bellissima atmosfera).Ritorna il gioco dei contrasti,mai abbandonato nel disco,tra delicatezza e improvvise sfuriate chitarristiche,nel ritornello;e c’è spazio per un notevole assolo chitarristico,ad alto tasso tecnico,nel finale,di sapore spagnoleggiante.
Siamo quasi arrivati alla fine del viaggio,che comunque fino all’ultimo ci terrà col fiato sospeso,e poi capiremo perchè.
“Baco”è la penultima traccia,molto complessa,con un testo molto simbolico,che lascia diverse interpretazioni;si percepisce però quello che sta per avvenire,in un certo senso,ad un ascolto attento.Una nuova nascita,anche se non si sa ancora in quale forma di vita.Di nuovo contrasto,tra l’inizio del brano,molto cupo,e la parte centrale,con dei riff molto settantiani,di classico rock&roll,però cucinati in salsa progressive,che lasciano poi spazio ad un viaggio nuovamente nell’oscurità,dominato dalle tastiere,quasi ambient,su cui si muovono però le decise distorsioni della chitarra e l’incalzante stop & go ritmico.
“L’ultima morte”è il gran finale,e come avevamo già accennato,c’è un’ulteriore risvolto.Il brano è molto complesso,ed è anche il più lungo del disco,quasi 11 minuti.Il protagonista,adesso,descrive sè stesso,ma stavolta si è reincarnato in una donna….(e infatti fa capolino una bellissima voce femminile,di Elena Giachi).Di sicuro uno dei brani più affascinanti,e allo stesso tempo sinistri e complicati del disco,per la sua atmosfera di precarietà emozionale che si respira.IL colpo di scena avviene a metà brano,in cui il protagonista incontra da donna sè stesso da uomo…..ma succede l’inevitabile:come era anticipato dall’inizio dell’album,la creatura viene stuprata,ma si scopre che la vittima e il carnefice in realtà sono la stessa persona,due facce della stessa medaglia(“Vedo i miei occhi uccidere me/provo lo strazio di soccombere/Non posso credere che sia io/la belva che si crede dio….”)….Altamente simbolico questo finale,non lascia respiro,ma molte interpretazioni e interrogativi,con un finale affidato alle voci dei telegiornali,mentre la musica svolta dalle parti di un prog”metallizzato”e personalissimo,con chitarra e tastiere che si rincorrono a perdifiato,così come basso e batteria che sono incessanti.Un brano lacerante,bellissimo,che chiude in maniera riuscita l’opera,col cantato che non lascia dubbi(“L’ultima morte/Non tornerò più”)e un finale lasciato agli archi,”disegnati”dalle tastiere e dai synth;un finale decisamente commovente e che fa venire la pelle d’oca.
Che altro dire ancora?Il disco secondo me rilasciato dai L.E.S. è un capolavoro artistico,che meriterebbe molto consenso,e di sicuro ne avrà;probabilmente non è un lavoro facile,ma non appena si entra dentro all’opera(perchè di opera rock si tratta),se ne rimane affascinati,e non si può più tornare indietro,si viene catapultati immediatamente nella storia,ed è impossibile non rimanerne catturati.Io l’ho seguita con attenzione dall’inizio alla fine,con molta curiosità;inoltre,va riconosciuto un merito non da poco ai L.E.S.:come ho accennato nell’articolo,seppur nella sua complessità e con l’enorme tecnica messa in gioco della band,il lavoro non risulta mai pesante,anzi scorre via in maniera piacevolissima e non è un fattore da poco,perchè il trio vince anche dove altre band del genere magari hanno fallito.E poi la storia raccontata,dal lato dei testi è,oltre che originalissima,molto avvincente;sicuramente va seguita,come dicevo,con profonda attenzione,ma fa veramente riflettere.Inoltre ognuno può dare un’interpretazione personale alla vicenda;l’argomento reincarnazione lascia infatti molti spunti sui quali fare un’analisi più approfondita(per quel che mi riguarda,gli interrogativi e le riflessioni che mi ha suggerito non sono solo sulla reincarnazione stessa,ma anche sulla dualità bene/male presente nell’individuo,oppure anche del perpetuo ripetersi degli errori e dei conflitti negli esseri umani.Un’interpretazione,beninteso,del tutto personale).A questo punto non resta che seguire le ulteriori vicende del gruppo,e le esibizioni live;di sicuro i L.E.S. sono una delle migliori band in circolazione,e non solo della toscana,e sono altrettanto sicuro che avranno ancora molte frecce al loro arco….quindi attendo con impazienza le prossime mosse;nel frattempo,corro a riascoltarmi per l’ennesima volta,quel superbo capolavoro che è”metempsicosis”!Il consiglio che vi dò è di procurarvi al più presto questo disco e rendervi conto dell’impressionate bravura dei LES!

(Da quello che apprendo nella bio,il disco ha avuto una lunga gestazione,ben 8 anni;se queste però sono le premesse,è stata un’attesa ben ripagata,per le nostre orecchie!Spero che lo sia altrettanto in termini di responso per questo magnifico trio,perchè merita veramente,ha tutte le carte in regola per essere apprezzato,non solo in Italia,ma anche all’estero!)

Francesco Lenzi