The Marigold: Kanaval (Recensione)

The Marigold: Kanaval (Recensione)

THE MARIGOLD “Kanaval” (Deambula records/Hyphen Records/Riff Records/Already Dead Tapes & records/ Icore Prod,mc/cd)

Ladies & Gentlemen,The Marigold are back!

E’ proprio così: la leggendaria band nata nel 1998 da un’idea di Marco Campitelli (chitarra, tastiera, voce, basso a 6 corde; coadiuvato attualmente da: Stefano Micolucci e Giovanni Lanci, rispettivamente basso e batteria) è tornata da pochi giorni con un nuovo lavoro,il quinto (se si conta anche l’EP “Let the sun”, di due anni fa),che esce anche su nastro!

“Kanaval”,prodotto da Toshi Kasai, evolve il sound del gruppo in coordinate ancora più spericolate e psichedeliche che in passato:se certe caratteristiche difatti permeano da sempre la condotta musicale dei Marigold,oggi sono più estremizzate ed “evolute”.

Apre questo coraggioso disco,”Organ grinder”,un fascinoso e avanguardistico tassello noise-rock;”Magmantra”,subito dopo,è il titolo programmatico per un brano ruvido ma allo stesso tempo onirico ed ipnotico,con una luminosa chitarra in evidenza,che sa essere carezzevole ed abrasiva contemporaneamente.

“Fade down to go down” è una visione psichedelica ombrosa e personale, dai risvolti meditativi (con qualche segmento darkeggiante); “Sick transit gloria mundi” suona come un puzzle,in cui le influenze grunge e post hardcore,vengono spezzettate e ricomposte secondo una logica personale ed interessante,in cui la melodia segue le ossessioni dei riff (ed in cui l’introspezione diventa ferale).

“Sludge jungle” prosegue sperimentando,con la batteria che attraversa i canali in “fase stereofonica”:le chitarre disegnano contorni psichedelici e cangianti;è un’evoluzione del post rock secondo dettami corrosivi noise e senza compromessi,un trip sonoro che avvolge e sconvolge con la sua intricata vertigine sonica.

“Third- Melancholia” continua il viaggio su sentieri psichedelici,ma in maniera leggermente più “diretta”:il riff chitarristico farcito di wha wha è un denso tappeto che sa quasi di stoner.

“So say we all” è uno dei brani più lunghi del disco:il sound notturno si evolve ulteriormente in un mantra caleidoscopico e ipnotico (ma sempre solcato da venature “scure”);”Disturbed” è,per contrasto,un drone rilassato ma non meno sognante (tra Thurston Moore e sentimenti Barrettiani nel cantato, sotto una lente deformata).

La Tv di Biluè di Giovanni D'Iapico

“Demon Leech” è il gran finale, una traccia lunga e visionaria, che riassume ed amplifica le caratteristiche dell’album, con un cantato straniante che si sposa perfettamente ai segmenti chitarristici e alla precisa sezione ritmica. Finale tra drone-noise e scintillanti arpeggi.

Un bel disco davvero,ed un gradito ritorno per una band che stupisce e sa rinnovarsi con originalità,rimanendo però perfettamente coerente con sè stessa e con il suo percorso….Da ascoltare con attenzione e da amare profondamente!

PS:Il dipinto raffigurato nella copertina è di Amaury Cambuzat (Ulan Bator,con Marco anche negli Oslo Tapes).

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