OD FULMINE “Od fulmine” (Greenfog records/The prisoner records)
Ci sono dei progetti musicali che nascono dalla passione,quella vera:questo è innegabile e palpabile al 100% quando si ascoltano i lavori di questi gruppi,perchè la sincerità traspare in maniera indelebile dai solchi di questi dischi.
Gli Od fulmine sono uno di questi progetti:è una band nata recentemente,ma i suoi componenti vengono tutti da realtà già consolidate dell’underground italiano-Numero 6,Estem,Meganoidi (e alcuni di loro suonano tutt’ora in questi gruppi).
Come dice la stessa band nella cartella stampa:”“noi si suona perché ci fa stare bene, ci fa stare bene perché è sincero, è sincero perché non lo abbiamo scelto noi”..e questo spiega già molto bene quello che essi propongono musicalmente.
La musica degli Od Fulmine è un rock che coniuga introspezione e riminiscenze cantautorali,riviste in maniera personale;già la prima traccia-”Altrove 2”-è esplicita in questo senso,con le sue belle movenze chiaroscure (che si riflettono anche nel testo) ed una bella melodia in evidenza.
“Ma ah” continua il viaggio con un rock sicuro e notturno,sempre adornato da liriche introspettive (“il senso delle cose/si è perduto ma di tanto in tanto appare all’imbrunire”);introdotta dal suono dei gabbiani,”40 giorni” torna su trame umbratili,con qualche riminiscenza psichedelica sullo sfondo (anche se mai invadente).
Il disco gioca tutto sui contrasti e sulle dinamiche alternate:ed acco arrivare la pacata “5 giorni”,in cui le influenze cantautorali si fanno più evidenti,con un pizzico di elegante ironia (“dimmi,non mi trovi migliorato?un poco più elegante?Ricordi in quale stato mi hai abbandonato?”);”Nel disastro” amplifica un sottile senso d’inquietudine (“ripenso a forze che ho perduto proprio per cercare d’essere inaffondabile”),miscelato a delle belle chitarre talvolta struggenti,per una ballad indimenticabile,che si ficca in testa (e nel cuore) per non uscirne più.
“I preti dormono” sembra partire come un brano darkeggiante,ma in realtà è una ballata dall’impeto cantautorale,con influenze folk/country rock (di matrice settantiana) in evidenza;un ottimo brano,con lo spirito “riflessivo” della band in evidenza nelle liriche (“non dire quello che si sa già/adesso dimenticami qui/il mondo potrà finire ma non m’importa”),e anche la musica riflette questo stato d’animo,grazie alle sue cadenze meditative e rilassate.
“Ghiaccio 9” si riallaccia con fare enigmatico alle cadenze ombrose di qualche brano fa,con curiose riflessioni (“non mi dispiace quello che odio di te”) che si sposano ottimamente alle chitarre,sempre sospese tra ricordi sottilmente psichedelici e venature alternative;e le influenze country-folk si mescolano a schegge ruvide su “Da quel giorno”,in cui riaffiorano ricordi personali.
“Poveri noi” è un brano per cui molte band alternative vorrebbero UCCIDERE,per la sua profondità ed originale cadenza dark (“poveri noi,siamo arrivati fin qui/per una impervia idea/otto voragini/Se mi pentirò/prima di andarmene vedrò dietro di te un impero sorgere”),con qualche spezia “vintage” di contorno:una ballata affascinante e forse il mio brano preferito del disco.
“Fine dei desideri” chiude il disco ed è un altro tassello entusiasmante,chitarristico e corposo,tra Neil Young, ricordi punk pacati e i classici tratti “meditativi”,una delle caratteristiche fondamentali (e ormai riconoscibili) della band.
Un ottimo disco,quindi,ed un gruppo eccellente,che ha davvero qualcosa da dire,e lo fa con l’impeto giusto e una buona dose di grinta “non calcolata”,e per questo sincera e coerente con il proprio percorso.
Ah già;vale la pena citare la line-up:Mattia Cominotto,Fabrizio Gelli,Stefano Piccante (tutti e tre autori degli incredibili intrecci chitarristici dell’album,e tutti alla voce),Riccardo Armeni al basso e
Saverio Malaspina alla batteria.

