Sanremo 2026, prima serata: omaggio a Baudo, Tiziano Ferro super ospite e la rivoluzione rock delle Bambole di Pezza

Carlo Conti apre il 76° Festival di Sanremo con una prima serata che ha il sapore delle grandi occasioni. All’Ariston si alternano memoria, emozione e voglia di futuro: dall’omaggio a Pippo Baudo al ritorno di Tiziano Ferro, fino al rock tutto al femminile delle Bambole di Pezza, il debutto è già un piccolo pezzo di storia.

L’omaggio a Pippo Baudo: quando l’assenza diventa presenza

Per la prima volta in oltre cinquant’anni, la platea dell’Ariston non vede seduto Pippo Baudo, il “Signor Sanremo” che ha condotto 13 edizioni del Festival e ne ha definito il format moderno. Carlo Conti sceglie di aprire proprio da lì: invita la sala a urlare “Pippo! Pippo!”, trasformando quello che poteva essere un momento di retorica in un saluto collettivo, caldo e autentico.

La presenza di Tiziana e Alessandro Baudo, insieme a Dina, braccio destro storico di Pippo, rende il tributo ancora più toccante. Il maestro Pinuccio Pirazzoli riarrangia la storica sigla “Sanremo è Sanremo”, riconoscimento concreto a chi ha inventato il rito delle cinque serate, delle discussioni infinite, del dopo-festival. Non semplice nostalgia, ma giustizia artistica.

Laura Pausini: la co-conduttrice perfetta (anche quando non canta)

Laura Pausini è la scelta perfetta per affiancare Conti per tutte e cinque le serate. Non è una celebrity qualsiasi, ma qualcuno che dal 1993 conosce l’Ariston in ogni sfumatura, da quando vinse tra le Nuove Proposte con “La solitudine”. La sua commozione nel raccontare di aver chiamato subito Pippo Baudo dopo l’invito di Conti – “Sono pronta? Ho paura” – e la risposta di Pippo – “Laura, sei pronta, non avere paura, vai” – è uno dei momenti più genuini della serata.

Dopo cinque ore di diretta, Laura fa notare con ironia di non aver ancora cantato. “Vediamo se c’è tempo domani”, risponde Conti, strappando risate e spezzando la tensione. Intanto, Pausini regala momenti di pura comicità con lo sketch della “Laura di Solarolo”: “Sono sempre la stessa che la mattina prima di andare a scuola mungeva la vacca per farsi il cappuccino”. Autoironia al potere, più efficace di qualsiasi monologo.

Le Bambole di Pezza: il rock è donna, e Sanremo finalmente se ne accorge

Il momento storico della serata arriva quando sul palco sale una band che rompe un tabù lungo 76 anni: le Bambole di Pezza, prima rock band interamente femminile a calcare l’Ariston suonando tutti gli strumenti dal vivo. Portano energia pura, chitarre dure, presenza scenica e un messaggio chiarissimo: la musica non ha genere, ha solo talento.

Il loro brano è un grido di indipendenza, un manifesto generazionale che parla di resilienza e autodeterminazione. La performance, intensa e senza filtri, conquista il pubblico e dimostra che il Festival sa ancora rinnovarsi, aprendo spazio a estetiche e linguaggi troppo a lungo relegati ai margini del prime time.

La gara: tra introspezione e dichiarazioni sociali

La competizione entra subito nel vivo, con una selezione di brani che alternano introspezione, ironia e critica sociale.

  • Ditonellapiaga torna da solista con “Casini” (con doppia Z!), un concentrato di osservazioni acute sulla contemporaneità. La moda di Milano, i corsi di Pilates, i pranzi salutari che deprimono: un elenco di nevrosi quotidiane. Il ritornello “è un’allucinazione se sono matta io” diventa manifesto generazionale: siamo noi i pazzi o è il mondo a essere impazzito?

  • Michele Bravi porta delicatezza pura con “Grande, Rondine, Prima o Poi”. “Il bicchiere è mezzo pieno questa sera, ma solo perché ho già bevuto una bottiglia intera”: poesia travestita da confessione da bar. La frase “a forza di chiamarti amore non so nemmeno adesso più chi sei” racconta la verità scomoda di molte relazioni logorate dall’abitudine.

  • Safe, al debutto assoluto, trasforma “Tu mi piaci tanto” in una dichiarazione politica mascherata da ballad. “Figlio di un muratore, l’Emilia che si allaga e la Liguria pure / E intanto che si ride, le tue tasse vanno spese in un hotel a ore”: una critica sociale che non urla, ma colpisce per lucidità.

  • Mara Sattei sceglie l’intimità come rifugio con “Le cose che non sai di me”. “Tutte le notti a dirsi le cose che non sai di me / La voce tua nei giorni tristi guarisce il mio disordine”: l’amore come medicina, come antidoto alle fratture interiori.

  • Lucchè debutta con “Labirinto”, fotografando l’evoluzione del rap italiano verso territori più introspettivi. “Nessuno l’ha capito, competiamo con noi stessi / Forse più salgo in alto, più non vedo i miei difetti”: la critica al successo che acceca, all’ego che divora, alla corsa costante senza una meta chiara.

J-Ax e l’Italia che si specchia

“Italia Starter Pack” è il ritratto spietato e affettuoso del Belpaese secondo J-Ax. È una lista ragionata di tic, contraddizioni e paradossi nazionali, dove la satira diventa specchio. “Cinque dicono che fare, uno solo che lo fa” fotografa perfettamente il nostro eterno dibattito inconcludente.

Quando canta “meglio avere bene è meglio un complice” o “si protesta per la pizza con l’ananas”, J-Ax mette in fila ossessioni e battaglie simboliche, ricordandoci che siamo un popolo che sa indignarsi e sdrammatizzare sulle stesse cose. Non è moralismo: è cronaca ironica travestita da tormentone.

Fedez e Masini: il “Male Necessario” generazionale

Uno dei momenti più attesi è “Male Necessario”, l’incontro tra Fedez e Marco Masini. Due mondi apparentemente lontani che trovano un terreno comune nelle contraddizioni di un’intera generazione. “Dovrei separare l’ego dall’io, ma non siamo fatti per essere fragili” è un’ammissione potente, che risuona con chi lotta ogni giorno con la propria immagine pubblica e privata.

Quando Fedez rappa “La gente giudica, che brutta gente che frequenta Fedez, ma ci si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”, il rap diventa strumento di riflessione filosofica. La frase spiazza, ribalta il punto di vista sul giudizio morale e mette a nudo l’ipocrisia di certe narrazioni mediatiche.

Ermal Meta e il silenzio assordante

“Stella Stellina” porta il silenzio in sala. Ermal Meta sceglie di affrontare uno dei temi più dolorosi e delicati: la perdita di un bambino. Lo fa senza retorica, con una scrittura asciutta e ferita. “Ho cercato di strapparmi il cuore perché senza non si muore, ma ho avuto paura di non sentire più”: è la disperazione di chi vorrebbe smettere di soffrire, ma teme che smettere significhi dimenticare.

La canzone diventa un momento di sospensione collettiva, un dialogo sussurrato tra chi è passato attraverso quel dolore e chi prova ad ascoltare. La standing ovation è inevitabile e meritata.

Tiziano Ferro: 25 anni di emozioni

Il momento clou della serata è l’arrivo di Tiziano Ferro, che celebra 25 anni di carriera proprio il 25 febbraio 2026. L’abbraccio con Carlo Conti è uno dei fotogrammi simbolo di questa edizione: “Questo signore ha creduto in me 25 anni fa e mi ha fatto cantare per la prima volta ‘Perdono’ a Domenica In”.

Il messaggio di Tiziano è potentissimo: “Noi veniamo da una generazione nella quale sentirci dire ‘bravi, sei un grande’ era raro. Invece adesso le nuove generazioni stanno celebrando l’unicità. Diciamoci ‘sono un grande’ per quello che succede e per quello che non è successo”. È un inno contro gli haters e a favore dell’autostima, un invito a riconoscersi valore anche nelle strade che non abbiamo percorso. Le candeline, le lacrime, la promessa del tour estivo: Tiziano conferma di essere patrimonio emotivo nazionale.

L’incontro dei due Sandokan: storia e presente sullo stesso palco

Kabir Bedi e Can Yaman, i due Sandokan separati da 50 anni, si ritrovano sul palco dell’Ariston. Quando il giovane attore turco compie il gesto tradizionale di baciare la mano di Bedi e portarla sulla fronte in segno di rispetto, la sala esplode in un applauso lunghissimo. È il passaggio di testimone tra generazioni, la storia della televisione italiana che incontra il presente globale delle serie.

Bedi sorride, ammette: “Preferisco la storia d’amore del mio Sandokan”, ma accoglie Yaman come “degno successore”. Classe pura, eleganza d’altri tempi e la consapevolezza di essere parte di un immaginario che continua a parlare a pubblici nuovi.

La prima classifica: i cinque favoriti dopo la sala stampa

All’1:28, dopo il voto della giuria della sala stampa, tv e web, arriva il primo verdetto (in ordine random). I cinque nomi in testa alla classifica provvisoria sono:

  1. Arisa

  2. Fulminacci

  3. Serena Brancale

  4. Dito nella piaga

  5. Fedez e Masini

È solo un primo orientamento, mancano ancora i voti del pubblico e delle altre giurie, ma questa Top 5 dà già un’indicazione chiara: equilibrio tra tradizione e novità, tra voci femminili forti e progetti pop più strutturati.

Perché questa serata funziona

Sanremo 2026 si apre con un piede nel passato (l’omaggio a Baudo, Tiziano Ferro, i due Sandokan) e uno nel presente (le Bambole di Pezza, il rap di Safe, l’energia di Elettra Lamborghini). È proprio questo equilibrio che rende il Festival ancora rilevante: non è un museo, ma nemmeno insegue disperatamente le mode.

Carlo Conti crea “l’effetto famiglia” che mette tutti a proprio agio. Come raccontato dalla Blu Room di Rai Radio 2, molti artisti sono usciti dal palco “liberati, sereni”, anche i più giovani. Dalla vulnerabilità di Michele Bravi alla critica sociale di Safe, dalla resilienza di Mara Sattei all’ironia di J-Ax, dal dolore di Ermal Meta alla festa di Max Pezzali, abbiamo assistito a un caleidoscopio di emozioni che raramente si trovano concentrate in una sola serata.

Il Festival riconosce in queste canzoni pezzi della nostra storia: chi si rivede nel disincanto, chi nella ricerca di intimità, chi nella voglia di cambiare le cose. E forse è proprio questo il segreto: non dare risposte, ma fare le domande giuste attraverso la musica.

La musica italiana si è messa comoda. Lo spettacolo è appena iniziato. E questa prima serata ci ha ricordato perché, anche senza Pippo Baudo in platea, Sanremo continua ad essere Sanremo.

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