Prima di ascoltare questo disco, bisognerebbe almeno per un quarto d’ora fissare la  sua bellissima copertina.
Solo l’elaborazione grafica è un piccolo capolavoro che riporta sicuramente ed immancabilmente agli anni Settanta, così come la musica in modo volutamente, atomicamente, spudorato.
I musicisti mostrano grande competenza tecnica compositiva, grande groove e feeling nella performance.
Per chi è fanatico di un sound “nuovo”, innovativo, dei nostri giorni, forse potrebbe avere qualche difficoltà ad apprezzare questo accuratissimo lavoro.
Un disco che sembra davvero d’epoca, è come fare un salto nel tempo, anche l’incisione non ha le dinamiche di mastering spinto ed esasperato dei giorni nostri.
Red Atomic Elephants è un quintetto Funk a cavallo tra le province di Mantova e Modena. A maggio 2013 pubblicano il loro primo omonimo EP, che gli permette di aprire concerti di gruppi come: CUT, Altre di B, Sadside Project, ecc. collezionando più di venti date in meno di 8 mesi. A gennaio 2015 entrano all’ IGLOO AUDIO FACTORY per registrare il loro secondo EP, intitolato “Cosmic Travel“, che è uscito a marzo.
Bumbing beat è proprio un beat “che pompa”, dall’incipit etnico davvero singolare, mood che non comparirà più in nessun’altra parte del disco, tranne che per qualche piccolo inserto qua e là.
La traccia si fa subito pienissima coniugando un ritmo funk dal gusto ostinato, linee di chitarra elettrica e cori in quantità.
Questa musica è divertimento allo stato puro, il cantante si diverte e tutti gli altri strumenti è come se gli facessero il verso come in una grande festa.
Con Spinning on the verge dall’intro pornissimo apre le porte a un cantato auto-compiaciuto e a dei giochi ritmici ed armonici che stuzzicano la fantasia dell’ascoltatore spingendolo quasi in un mondo parallelo alterato da droghe d’epoca, il tutto “all’orlo”, sempre al limite del degenerare in un caos emozionale.
In Shake it on abbiamo qualche inserto minimalissimo di elettronica vintage, così trascurabile quasi da essere inesistente, ma non per questo irrilevante.

Non mancano i cori settantiani soprattutto nel ritornello e i “colpi di scena” musicali, come ad esempio a 02.24 circa, dove abbiamo davvero una bellissima parte stumentale dove successivamente assistiamo a un cambio armonico non indifferente, quasi a voler inaugurare una parentesi musicale completamente diversa per poi ritornare nel consueto “discorso” portato avanti, ripetendo ossessivamente il titolo “Shake it on”, fino a sfumare come in un vecchissimo disco.
Bene, siamo già alla quarta traccia, dove il “cosmic” riprende il titolo dell’album, ma con la variante “love”. Stiamo parlando di “Cosmic love”.
Questo brano ha un che di vagamente perverso, perlomeno questa è la mia percezione, per un ascoltatore poco anglofono si rimane in dubbio se ad un certo punto dica “funk” o “fuck”, sarebbe interessante poter leggere i testi che sicuramente riserverebbero delle sorprese interessanti, visti già i titoli e il progetto musicale in sé.
Apprezzabile il finale “tribale” della traccia.
Ebbene si, siamo quasi alla fine di questo bizzarro Ep, siamo già alla quinta traccia, ovvero Girls!! (who gime me something magical) che segue più o meno l’andamento delle tracce precedenti, chitarre con la tipica andatura ritmica funkeggiante, un completo di strumenti acustici, assoli distorti, ma non troppo, pochissime e discretissime note di sinth “vintage”. Cori e cantati con fare ossessivo, il tutto allineato soprattutto con chitarra e basso. Parti di batteria abbastanza lineari, ma dal suono ben definito. Questa è la traccia dalla durata più lunga, ben 5 minuti e 32 secondi.a0921930784_2
E siamo giunti alla fine, sesta traccia, R.A.E che come nel voler firmare l’opera, il brano contiene il nome della band “Red Atomic Elephants” recitato a ripetizione ritmica tra una parte strumentale e l’altra. Bellissima la parte centrale del brano dove il bpm subisce un rallentamento vertiginoso e continua la “firma cantata”.
Nella parte finale il bpm del pezzo, riparte alla sua velocità originaria o quasi, con un basso che dire ossessivo è poco, accenni di ritmiche quasi jazzate per poi riprendere verso l’ordinario groove. Finalino “extra” con arrangiamento non-funk e dal sapore vagamente etnico – orchestrale che procede sfumando quasi con un gusto vagamente non-sense.
In poche parole, cos’è questo disco? E’ come un album rubato dal passato da dei viaggiatori del tempo e catapultato nel presente, un “reperto” che potrebbe prendere vita soltanto dal vivo, svelando l’aura misteriosa di cui è impregnato.
Solo così possiamo avere la definitiva conferma che “il mito” può essere prerogativa del presente e non solo del passato.

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