Era dal 2011 che la Bohème di Giacomo Puccini inspiegabilmente non solcava il palco areniano.
Un’opera tra le più amate di sempre dal pubblico e dunque quale miglior del centenario dalla morte del
compositore per pensare ad una nuova produzione a lei dedicata per il 101° festival areniano?!
Proseguendo il filone televisivo-popolare intrapreso l’anno scorso con il Rigoletto diretto da Antonio
Albanese, per la regia di questo sontuoso progetto, la Fondazione ha pensato di affidare la regia al celebre
giornalista e conduttore TV Alfonso Signorini. In realtà pochi sanno che è anche un musicista diplomato in
Pianoforte e grande appassionato dell’universo operistico. Proprio questa affezione al melodramma lo ha
portato ad avvicinarsi anche alla regia lirica di spettacoli in contesti importanti, che perdura ormai da diverso
tempo.
Signorini si era già scontrato con il maestro Puccini in passato, esordendo con la Turandot al Bellini
di Catania e sempre con Bohème per il festival di Torre del Lago nel 2018 e nel 2019.
Nella serata di debutto di questa nuova produzione, avvenuta il 19/07, di certo le condizioni
climatiche non sono state delle più favorevoli. Lo spettacolo è stato ritardato di oltre un’ora e dovuto
interrompere nuovamente alla fine del primo quadro, facendo terminare il tutto tra i diversi rimandi, intorno
all’una e mezza. Fondamentali più che mai sono stati tecnici e masse dello spettacolo in generale, che con
dedizione e duro lavoro hanno concesso che lo show potesse andare avanti.
Nonostante ciò, il numeroso pubblico ha atteso paziente e nel complesso ne è valsa sicuramente la
pena.
Nell’immensità degli spazi areniani, la regia del giornalista è stata fortemente aiutata da un assetto
scenografico impeccabile curato Juan Guillermo Nova. Sullo sfondo grandi teloni di quartieri della Parigi del
tempo, immancabile la neve ai bordi delle strade, illuminate appena nella fredda notte della Vigilia di Natale,
da qualche fioco lampione. Al centro la casa dei bohémiens: un complesso semiaperto, distribuito su due
piani, con vetri ghiacciati dal gelo e dalla povertà. Una struttura che si sdoppia, si rimodella, muta e si muove
sul palco continuamente, dal quale viene fuori anche l’osteria Momus.
Per la prima volta ad essere visibile agli spettatori è stata anche la bianca cameretta di Mimì posta
appunto al piano superiore. Questa è risultata una trovata registico-scenografica molto interessante che ci ha
permesso di iniziare da subito a conoscere la protagonista osservando lo spazio in cui viveva, i suoi modi, le
sue abitudini. Una Mimì che quasi organizza quel primo incontro con Rodolfo e attende spiandolo che sia solo
per poterlo avvicinare con una scusa. Una visione molto realistica, una versione di Mimì più contemporanea,
moderna, ma senza mai oltrepassare la delicatezza del suo personaggio. Il resto dei quadri si sono svolti
seguendo una linea concreta, rispettosa verso partitura e libretto, il tutto con l’aiuto di una buona dose di
tecnologia e ingegno che hanno consentito cambi scenografici importanti, in particolare nel secondo quadro.
Ma è proprio qui che forse l’idea registica si è un po’ smarrita.
La grandezza dei maestri d’opera è sempre stata quella di saper gestire masse rilevanti sul palco,
riuscendo a creare un “caos ordinato”, controllato. Nella scena in cui Rodolfo e Mimì si stanno recando in
osteria e in strada arriva Parpignol, di certo quest’ordine è mancato. Una mole di figuranti, mischiati al coro
hanno risucchiato i protagonisti di cui per certi momenti si sono quasi perse le tracce. Si seguivano a fatica
nella vastità del palco, unica guida in quella massa confusionaria, la potenza vocale di Rodolfo.
Potrebbe ingenuamente apparire più realistico disporre in maniera del tutto casuale i personaggi, ma
il risultato è stato forviante per lo spettatore. I protagonisti devono sempre risaltare anche nel disordine. Un
passaggio caotico che è mancato di efficacia, ma soprattutto di quella dedizione alle estenuanti prove che un
momento tale richiede.
Per quanto riguarda i costumi, eleganza e studio del dettaglio, hanno contraddistinto i meravigliosi
abiti di Silvia Bonetti, i quali sono riusciti ad impreziosire maggiormente la scena.
Come ogni prima che si rispetti, necessaria è stata la scelta di un cast importante che ha visto tra le
stelle più brillanti quella di Vittorio Grigolo nei panni di Rodolfo. Il tenore sfrutta la sicurezza e la famigliarità
con quel palcoscenico, riuscendo ad interpretare il suo ruolo in modo convincente, preciso, persuasivo.
Incanta e stupisce sfoggiando una timbrica omogenea e naturale, surclassando il resto dei protagonisti
maschili.
Mimì interpretata da Juliana Grigoryan, alla sua prima in Arena, risente probabilmente dell’impatto
emotivo. Il suo canto è risultato con poco slancio, timido. Pecca spesso nella pulizia del fraseggio senza
sfruttare mai a pieno le tante sfumature timbriche che in realtà possiede.
Una bella sorpresa invece Musetta, interpretata da Eleonora Bellocci. Un’attorialità ricca di
brillantezza, forte grinta vocale, capace anche di concederci un risvolto interpretativo drammatico e toccante
nell’ultimo quadro.
Convincente a livello attoriale e canoro anche Luca Michetti nel ruolo di Marcello, seppur la sua poca
tempra vocale non abbia giovato, elemento non così irrilevante sul palco areniano.
Buona la prova del resto dei personaggi in particolare il Colline di Alexandre Vinogradov e Jan Antem
nei panni di Shaunard.
Alla bacchetta, un’istituzione della Fondazione, il direttore Daniel Oren. Profondo conoscitore delle
complessità sonore di quel palcoscenico, ha condotto la perfetta orchestra dell’Arena con passione e
dedizione, forza e lirismo. Unica nota stonata, diversi numeri musicali celebri molto sotto tempo. Staccare
tempi piuttosto lunghi, non sempre ha giovato al diretto rapporto tra cantanti e buca, già non aiutati di certo
dal disordine sul palco. Tuttavia l’esperienza del maestro ha fatto sì che questi pochi momenti venissero
eclissati dalle sfumature di colore interpretative che ci ha saputo donare, possibili da far emergere in quel
luogo solo per chi ha condotto in quell’anfiteatro per più di 500 volte.
Impeccabile la preparazione dei cori sia dei grandi che dei bambini diretti rispettivamente da Roberto
Gabbiani e Paolo Facincani.
Il 27 di Luglio ci sarà la seconda e ultima ripresa di questa Bohème firmata Alfonso Signorini, tuttavia
visti nel complesso i riscontri piuttosto positivi di pubblico e critica, ci aspettiamo di vederla nuovamente nel
tabellone del Festival e se non altro ci auguriamo che non debbano passare ancora tutti questi anni prima di
risentire nuovamente il capolavoro di Puccini in Arena.
Alessia Rositani.
