“Cave World”- Viagra Boys – Recensione a cura di Alessandro Zanetti

Il mondo sorride imbarazzato di fronte alla sfacciata sincerità dei Viagra Boys. La band
svedese torna con “Cave World”, terzo album in studio dopo “Street Worms” e “Welfare
Jazz”. Il titolo ci mette di fronte ad un “mondo-caverna” , che si può presumere sin da subito
non sia abitato che da cavernicoli, ed è proprio questo il filo conduttore dell’ intero lavoro:
una grande presa per i fondelli alla condizione della razza umana. In ognuna delle canzoni
viene evidenziato come la società, in particolare quella post- pandemia, sia caduta in preda
ad una regressione, che si manifesta negli ambiti più disparati, dal complottiamo più sciatto
all’ dating quasi compulsivo, fino ad arrivare al culto della violenza che presenta i suoi effetti
persino sui bambini più innocenti. Tutto queste carte ci vengono disposte davanti da uno
storytelling magistrale, ricco del giusto connubio tra critica severa e umorismo; in questo
modo l’ effetto che ne scaturisce non è quello di una predica , di una noiosa ramanzina, ma
di una goliardica presa in giro, fatta da un amico che non vuole vederci fare stupidaggini.
Tutto ciò, in un primo momento, ci fa ridere , per le parole usate, o perché è tutto talmente
vicino che ci permette di rispecchiarci, poi arriva la riflessione, pensiamo a quante volte ogni
giorno ci capita di incontrare persone come quelle descritte, addirittura ci viene da pensare
se quelle persone non siamo proprio noi.
L’ equilibrio in questo album non si ferma al songwriting, ma è ciò che caratterizza la gamma
delle sonorità e il loro intreccio. Se si paragona questo lavoro ai due precedenti, si può
notare come la band sia riuscita a trovare il perfetto bilanciamento tra l’ anima essenziale
tipica post-punk di “street worms” ed il potpourri di suoni quasi disorientante di “Welfare
Jazz”, giungendo così ad un sound semplice ed accogliente, ma allo stesso tempo
incredibilmente accattivante, condito con un’ atmosfera dance e soluzioni che evocano vaghi
ricordi dei Talking Heads di “Speaking in Tounges”. Il brano emblema di
questo è senza dubbio “The Cognitive Trade-Off Hypothesis”, in cui è possibile vedere
come il Sax venga usato in maniera molto più sapiente, staccandosi dai classici momenti di
prevalenza tipici degli album precedenti, prestandosi ad un uso minimalista, e portando a
termine il difficilissimo compito di suonare la cosa giusta al momento giusto nel mezzo della
dominante componente elettronica della canzone.
Insomma, un album per tutti, un album che riguarda tutti, un piccolo spunto per riflettere
sulla direzione che tutti noi stiamo prendendo anche, perché no, facendoci due risate e
senza prenderci troppo sul serio.

A cura di Alessandro Zanetti

 

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