A cura di Elena Schipani

Lo scorso 17 dicembre è uscito “Canneto”, il quinto album dei Dadamatto, il gruppo marchigiano che da oltre dieci anni è sinonimo di anarco-rock sulla riviera adriatica.

L’impressione che si coglie ascoltando “Canneto” è quella di ritornare a casa per il pranzo della domenica, e, dopo mangiato, ritrovarsi spaparanzati sul divano a filosofeggiare sui massimi sistemi. E’ proprio questo l’elemento ironico che traspare da questo lavoro: ci si riempie la bocca di grandi paroloni come rivoluzione o cambiamento ma il tutto rimane circoscritto ad una dimensione privata e lontana dalla cosa pubblica.

La voglia di tornare a casa, e ritrovarsi, fa da contraltare alla genesi del disco che è stato registrato e mixato tra la Slovenia, Senigallia, Rubiera e Chigago.

“Canneto” non è un album lungo. Si compone infatti di sole sette tracce, per ascoltarlo basta meno di mezz’ora, ma dal grande significato: una volontà, molto grande, se pur di una piccola creatura che scalpita per emergere e far sentire la propria voce. Anche l’autoproduzione del disco, caratterizzato da suoni stridenti e che strizzano l’occhio alla musica elettronica, ne è la prova.

L’uscita dell’album è stata anticipata dal rilascio di due singoli con i relativi videoclip. “Canneto”, traccia che dà il nome al lavoro, e “Vulcano”.

“Canneto”, corredato da un video alquanto ansiogeno, ha uno schema musicale quasi ripetitivo e si caratterizza per un canto trascinato. Nonostante il testo sia molto breve, si può percepire una critica a chi si sente in dovere di ricercare in maniera spasmodica gloria e celebrità. Chi canta si è ormai rassegnato, ma non ne soffre, ad una vita di basso profilo. L’esempio lampante di questo disinteresse verso la fama sono i versi centrali del pezzo: “Ascoltami, so di un canneto dove non c’è nessuno che ci consegnerà all’eternità della storia”.

“Vulcano” è stata definita come una schizzatissima cavalcata post punk. Il videoclip, nonostante il carattere lo-fi, vanta la regia dell’emergente Maria Antonietta. Questo brano è un inno alla rassegnazione: vorrei fare tante cose ma ho deciso di starmene sul divano sembra quasi voler dire. Pessimismo? Niente affatto! Il tono quasi lugubre della canzone è ampiamente smorzato dal videoclip dove i Dadamatto esprimono tutto tranne che sentimenti negativi.

“Impero”. Sono finite le cose da dire, tutto è già stato detto, tutto è già stato fatto. Serve quindi un approccio più razionale ed adulto alla vita: anziché rivoluzionare il mondo è meglio fermarsi al modificarlo. Ci troviamo di fronte alla metafora della vita: da giovani si vuole spaccare tutto per ricostruire dalle fondamenta. Da adulti, invece, si preferisce l’approccio metodico e razionale dove si smussano gli angoli per riuscire ad incastrare tutto.

Un intro molto coinvolgente ci scaraventa nel quarto pezzo dell’album, “Pilade”. Nel testo della canzone si ha l’anafora della parola “troppo”, c’è troppo di tutto ma nonostante questa sovrabbondanza di cose ci si adegua, utilizzando il principio che regola la ragione di stato, senza rendersi conto della realtà vera e concreta.

La traccia numero cinque è una sorta di filastrocca. “Sperma” è un inno all’autostima: regole, religioni sono solo caos e silenzio, elementi di contorno, la cosa fondamentale è l’uomo in quanto essere. C’è un Umanesimo di fondo: l’uomo al centro e quindi ecco spiegato un titolo così esplicito. Lo sperma non è altro che l’origine del tutto e quindi ben venga la costruzione di un tempio in cui adorare nient’altro che se stessi.

“Zanzare” affronta un tema ben noto alla musica: la fine di una storia d’amore. Chi canta è ormai svuotato dopo questa rottura e vaga per casa senza una meta, come le zanzare. Lo scenario è chiaro: una persona con il cuore, e l’animo, infranti combatte con i ricordi dei momenti piacevoli vissuti con la persona amata la quale è stata, all’inizio della storia, un’ancora di salvezza ma adesso è la causa di una rinnovata disperazione.

Il disco si conclude con una traccia musicale breve ma intensa, “La furia, il gobbo e la miccia”. All’inizio sembra quasi una base da karaoke fino al momento in cui non esplode un urlo disumano, quasi come a dire: nulla è mai come sembra!

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