DISORCHESTRA”Umano disumano”(Seahorse recordings)

Disorchestra è un progetto di recente formazione e”Umano e disumano”è il loro primo lavoro.

La band è formata da tre musicisti di estrazione diversa,che vantano singolarmente un curriculum molto variegato ed interessante;essi sono Giulio Marino(chitarra,tastiera,glockenspiel,mandolino,voce e autore dei brani),Emanuele Ciampichetti(basso) e Alessio Palizzi(batteria e percussioni)..

In questo loro cd,cercano una via personale al rock alternativo cantato nella nostra lingua e lo fanno con passione e lucidità,riuscendoci…difatti le 13 tracce del disco non somigliano ad altre cose,ma suonano solo come la Disorchestra sa fare.

Il lavoro si apre con”A stare muto”,un brano scurissimo e dai risvolti darkeggianti,ombrosi,in cui basso,batteria e chitarra si intrecciano in un connubio perfetto e cadenzato.

Le liriche indagano su sentimenti introspettivi(“a stare muto,a stare dritto in fila/che il colpo in canna acceso e fresco partirà/è una freschezza e una leggera situazione…lascia che facciano,lasciati andare”),e non mancano dei cambi musicali insoliti a fine brano.

“Cabaret rivolto”è un brano più complesso che coniuga ritornelli dal mood alternativo,a strofe dall’incedere quasi progressive(accenni minimali);non manca una certa ironia beffarda(“vi prego,vipere,accomodatevi nel mio cabaret rivolto/fate dimora,e se mi farete santo/e poi glorificherete il mio insuccesso ad ogni scadenza..”),che non sconfina mai nel gratuito.

Il sound è curatissimo,tra lampi vigorosi di chitarra e strutture musicali inusuali(anche un certo retrogusto”cantautorale”e”teatrale”appare verso il finire del pezzo).

“Furata”è un brano più sperimentale e più difficilmente catalogabile,con la partecipazione di Roberto Volpe al flauto ed Eduardo Grumelli al trombone…potremmo definirlo un brano dalle influenze cantautorali di altri tempi(vengono in mente le cose “teatrali”di Gaber,ma è solo un rimando breve),mischiato ad una cadenza”cabarettistica”in salsa progressive(già accennata,come abbiamo visto,nel brano precedente)….eppure il rock è sempre lì,a fornire un background robusto e tortuoso,mentre il testo che è una critica tagliente sull’attualità,vista sempre da un’ottica “disorchestrale”al 100% e quindi molto personale(“il cinismo aperto sulle rive del dolore(..)lo stipendio sospeso e le ville in sardegna/prostrarsi a posteriori,e calci in culo/e talenti sparsi nei salotti delle grazie madonne/e mille corpi son sdraiati al sole/non ci convincono più le parole/come il senso del pudore adesso/è lo stesso di chi mangia spesso a sbafo e sbuffa…:”).

Con”senza voce”torniamo su atmosfere più crude e terrene,eppure dotate di un’armonia chiaroscura avvolgente,mentre le liriche indagano su interrogativi esistenziali personali(“chi mi risolve l’uomo che chiede solo spazio/chi mi solleva il mondo con un respiro di seta/alito di gentilezza che appesta e mi mette fretta/di un dopocena brillante,sono per giorni lo schiavo”)…la musica è un alternarsi di dinamiche ora taglienti,ora struggenti,ora più complesse o dissonanti all’insegna di un rock originalissimo e lontano da qualsiasi clichè(bella la slide nel rallentamento finale).

“che fine ha fatto John Cazale”è una traccia più malinconica,dall’atmosfera cinematografica e noir(e non è un caso che il titolo evochi il nome del bravo,eppure sfortunatissimo attore scomparso tanto tempo fa);le chitarre disegnano spirali struggenti e talvolta notturne,mentre il testo riflette una certa inquietudine(“la voglia di un inapparenza/timidi applausi persi per sempre/tesori sotterranei e scuri/ma nel grigiore nero brilla ormai/i passi vanno in fretta verso l’ignobile…che fine faremo”)…è una sorta di shuffle blues rivisto in salsa dark,che farebbe gola a David Lynch(per rimanere in ambito cinematografico),mentre il finale presenta una melodia ancor più scurissima,con tastiere velatamente (e volutamente)dissonanti.

Uno dei brani che preferisco è la successiva”Underground”,una riflessione che promette molto fin dal titolo e difatti mantiene tutto nel suo “divenire”(“bella però non è questa nazione/diavolo ce n’è dimostrazione/il fatto è che siamo invisibili/ma passo questa mano e poi…”)….le visioni darkeggianti dei Disorchestra sono come sempre personalissime ed originali,anche nelle melodie,sempre tortuose e spigolose,ma estremamente scorrevoli(ed il glockenspiel,quando appare, dona un tocco sentitamente malinconico al tutto,come in altri punti dell’album).

Anche i sentimenti personali non vengono mai narrati in maniera scontata,tutt’altro;e”quel che so”ne è la dimostrazione,col suo manto plumbeo che si spande sulle riflessioni del cantato(“nelle strade del dovere/io non volli stare/m’incontrasti per piacere/e più volevi andare”),quasi una versione”noir”di riminiscenze da”chansonnier”,con l’amarezza dietro l’angolo(“se di me io penso male/i tuoi fiori non han senso/chiedi per me un altro giro/all’uomo dietro il banco”).

“Sì(ero)vero”mostra un’andatura più sghemba e complessa,quasi una sorta di “post rock progressivo”che alterna parti più riflessive ad altre più aggressive;le parole indagano su sentieri amari e dolorosi(“mi ricorderò di questi giorni/quando giocheremo a testa o croce/siero vero,stanca corpo stanco/che non sente niente e menti sempre”),ma con forza,senza essere mai sconfitte.

Una sorta di scurissimo valzer rock che racconta di solitudine e smarrimento esistenziale è”La donna senza tempo”(la donna già di tempo sosteneva di essere al di sopra delle parti/e quindi giusta si centellinava il fumo/per non rimanerne senza”è una bellissima descrizione molto evocativa);amarezza e disillusione sono gli ingredienti di questa ballata,con chitarra acustica e un basso penetrante in evidenza(e le armonie create dagli strumenti a corda risultano essere anche struggenti,in un gioco di contrasti molto riuscito).

Evocativa e visionaria è anche”Il muro di Benito”,che svela anche una certa poesia nel suo incedere dark(“perchè le stagioni passano/e resta qui sul muro la conferma/che sarà”);la musica riflette in pieno il testo,con le sue qualità ampiamente cinematografiche(ce li vedrei proprio i disorchestra a comporre colonne sonore,e non è detto che ciò non accada).

Più movimentata,orecchiabile e diretta,ma mai banale è”La camera elettrica”e viene spezzata per un attimo l’atmosfera scura dei brani precedenti….dotata di un ritmo incalzante e di liriche sempre molto interessanti,che possono avere -come accade anche in altri punti del disco-più chiavi di lettura(“prestami la tua calma piatta,aiutami/cedimi la tua sicurezza,muoviti/spegni in me il circuito elettrico che c’è”).

Molto affascinante l’intermezzo affidato ai reverse chitarristici che è a metà brano;ma è tutta la band a sprigionare potenza,essendo in gran forma….

Si continua su sentieri decisi e sempre visionari allo stesso tempo su”Non è nessuno”;ritmo incalzante ed arpeggi ariosi di chitarra,distesi su una sezione ritmica possente e dinamica.

Il presente viene sempre analizzato e scardinato con forza e con personalità,e le parole sono inequivocabili(“e i candelabri staranno nelle chiese dell’insicurezza e dell’inganno/e sopra la collina degli stivali e sopra al colle del quirinale/e sopra ancora le porte del paradiso/e sotto le cantine degli assetati(….)son proprio io,sei proprio tu,gli stessi uomini che saltano per sete e fame di vera umanità”).

E l’aspetto”sociale”(anche se definirlo così è un po’ riduttivo)si ritrova anche nella conclusiva”La guerra dei poveri”;è il brano in cui le influenze cantautorali emergono in maniera più evidente,anche se sempre viste dall’attitudine e dallo stile dei Disorchestra.

Uno spaccato su sentimenti condivisibili,cantato con dinamicità(“muore il desiderio/muore il senso di giustizia(…)è sempre facile decidere per gli altri/e per chi non ce la fa più a reggere il confronto”),una critica alla nostra società senza retoriche di sorta e senza sconti per nessuno(“allora leggi bene,nella lista ci sei proprio tu,il fabbro,l’impiegato,il musicista in cerca di virtù(..)il progressista in gioventù che non crede più…a niente”).

Davvero una band notevole questi disorchestra e la dimostrazione che c’è ancora linfa vitale nel rock alternativo italiano;e,poi,incasellare in un modo o nell’altro questo gruppo è estremamente riduttivo,perchè come dicevo poco fa,il loro stile è unico e ben definito,non somiglia a nessun’altro.

Le varie influenze ed esperienze passate hanno fatto sì che il trio si presenti con un disco eccellente e delle composizioni che suonano già mature e personali,e questo non è una cosa da poco…

Per tutti gli amanti del rock cantato in italiano e “Non commerciale”,che sono stanchi di ascoltare i soliti 3-4 gruppi storici e non si riconoscono nei tanti progetti modaioli di oggi,questa è una band da tenere d’occhio e da seguire…..ma lo è anche per gli amanti della buona musica, in generalenaturalmente!Quindi,non fatevi pregare,ascoltateli e supportateli…sarà una piacevole scoperta.

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