IL MANISCALCO MALDESTRO”…solo opere di bene”(Maninalto)
Sotto il monicker”Il maniscalco maldestro”si nasconde una band toscana molto interessante,che coniuga nel loro rock aggressività,ironia e melodia allo stesso tempo;la line-up è attualmente composta da:Antonio Bartalozzi(voce,chitarre),Simone Sandrucci(chitarre,cori),Davide Mei(basso,cori)Stefano Toncelli(batteria,cori)e Pietro Spinelli(ogni sorta di tastiere e synth).
“….Solo opere di bene”è il loro terzo album e presenta già dalla copertina una particolarità:un link dov’è possibile scaricare gratuitamente il loro disco.
Curiosità a parte,non si limita solo a questo aneddoto la particolarità del disco;infatti,sono presenti 12 tracce scintillanti che metteranno a ferro e fuoco il vostro stereo.
Il disco si apre con un’autentica bomba sonora,tra hard rock e ricordi grunge,”Cervello in fuga”:una riflessione sui tempi d’oggi cruda e spietata,che non fa sconti a nessuno(“distruzione manipolata/sono stufo d’arrancare/con la foga animale ora posso ripartire!/questo pane non ha denti/ormai solo carne macerata”).
Molto bello il mix di chitarre sfrontate e aggressive e delle tastiere dal sapore anni ’70.
“Briciole”è una sorta di destrutturazione del rock&roll,dal sapore quasi”melviniano”(e perfino dall’insolito finale classicheggiante):pensieri personali,tra amarezza e rabbia mai doma(“quel che dici è solamente perle ai porci/oggi date in pasto per la carestia/a te spetta scegliere,non al prete dell’ultima ora/oggi non è un giorno per arrancare ancora”).
“Al diavolo”è un brano più ironico e cadenzato,dal ritornello irresistibile(“gli economisti in coro/chi ha preso il mio “tessoro”?/andiamo tutti al diavolo e non torniamo più”),con riminiscenze “vintage”,ma calate in un torrido clima”infernale”(anche se col sorriso sulle labbra):è un’altra riflessione sui difetti dei nostri oscuri tempi moderni(“lo vedi non ho niente?/semmai consolazioni per la mente/la gente si sente incostante e facilmente si arrende/se rema solo un po’ controcorrente)”.
“La valigia di cartone”è pura attitudine rock&roll settantiana in cadenza mid-tempo,con il fender rhodes in evidenza e le chitarre ora blueseggianti,ora più inacidite;liricamente,si affrontano tematiche più introspettive(“passi da calpestare,distratto e complice del fare/ho molti varchi da saltare ed una mente da sanare/con pochi colpi da sparare/a stento riesco a ricordare/con troppi grilli per la testa/puoi rovinare la mia festa”).
L’atmosfera cambia di colpo su”niente d’importante”,un divertissment all’impazzata,che suona come una rivisitazione a tutta birra di vecchie danze russe;e c’è un ottimo contrasto tra la velocità schizoide del brano e la perdita di riferimenti narrata nelle liriche(“solo in questa rumba danzi amabilmente/il tuo “savoir faire”è cenere ingombrante/tu non vedi niente,tu non senti niente/amorevolmente balli tra la gente”).
“Parole”presenta un tratto più ombroso e melodico,dal taglio alternativo e ”moderno”:una sintesi di cosa possono fare o”essere”le parole,e non è detto che a volte poi servano effettivamente a qualcosa(“blatera,blatera ancora/dietro la calma apparente del niente”).
Potrebbe essere un potenziale singolo,data la sua melodia a cui è difficile fare resistenza(e molto avvolgenti le chitarre e le tastiere,con una sezione ritmica precisa e implacabile che ricama in sottofondo).
Molto significativo anche il finale parlato;le parole servono eccome,se si ha orecchie e cuore per sentire(“aria,vento,ossigeno/fanno vibrare quelle vocali,quelle dello stomaco,quelle del cuore/servono timpani,serve attenzione,serve spazio/per farle entrare,per farle depositare/per farle vivere”):quest’ultima frase non è stata inclusa nel booklet credo volutamente,per far sì che gli ascoltatori prestino REALMENTE attenzione a ciò che la band dice,e non ci sia solo una mera riproposta a pappagallo dei testi(non so se è stata in effetti così la pensata,ma è geniale).
A questo punto arriva un’altra sorpresa,una cover:”nessun dolore”di Lucio Battisti,rifatta in una maniera assolutamente originale e moderna,seppur dall’anima seventies(che riemerge sempre in superficie).
Ed il bello sta proprio lì;il pezzo è affrontato in puro maniscalco-style e allo stesso tempo le sue caratteristiche principali(come il crescendo tastieristico iniziale,che in questo caso riappare anche alla fine)non sono state traviate o troncate.(Ulteriore pregio a favore dei nostri,il fatto che il pezzo non assomigli alle altre cover note della canzone).
“Piove”non sfigurerebbe in un volume delle desert sessions,per la sua andatura notturna che si evolve in pieghe hard(e quasi stoner,in maniera velata) nel suo divenire;perfettamente incastrati i vari cambi di tempo,mentre le liriche affrontano storie di difficoltà quotidiane con sarcasmo(“lentamente scivolerà/come pioggia inesistente/lentamente rotolerà/questa storia inconcludente”).
Il finale è un pazzo carillion variopinto e acido,col ghigno sulle labbra e dalle chitarre abrasive:davvero originale e ben congegnato!
L’ironia ritorna su”Confessioni di un italiano medio”,un’irresistibile ballad dai contorni quasi sixties;il titolo è tutto un programma e non ce n’è per nessuno! Si parla della vacuità dei nostri tempi (“sì,non c’è niente che mi stanca/è proprio vero,io sono un re/c’è tanta gente a intrattenermi se il telecomando non passa dal tre/troppa cultura e pochi culi/una noia insopportabile”),così come l’inutilità dei social network se usati in malo modo(“c’è qualcosa che non mi torna di questa vita adorabile/il portafoglio non abbonda/e di amici ne avevo 4023/apro facebook e non li trovo,neanche un cane vuol parlare con me”)il tutto narrato in maniera divertita e divertente,senza mai essere retorici o pedanti.
Anche il funk dal ritornello punkoide (e schizzato)di”Declino lento”indaga sul disfacimento della nostra società,anche se l’ironia è più celata,ma sempre presente(“sospesi in questo declino/galleggio fin quando potrò/in balìa di un lento destino/dolce melassa della nostra età”).
Il brano svela anche un breve intermezzo electro-noise dall’inclinazione quasi ballabile(ma sempre rivista con sarcasmo) man mano che ci si avvicina alla fine(prima della ripresa del ritornello).
Le crisi personali e la mancanza di punti di riferimento palpabili già accennate su”Niente d’importante”,ritornano in forma più compiuta su”Non sento niente”(“dimmi cosa devo fare per il mio sentire/passi stanchi,pieni di menzogna/arresi e troppo tesi per poter lenire/affogati da un tepore pieno di vergogna/qui tutto tace”),che musicalmente incrocia scale orientaleggianti ad insolite reminiscenze decisamente anni ’80.
Chiude il disco”Resto Qui”,una ballad umbratile,notturna e riuscita,scura e spietata:in un mondo svuotato dei suoi valori e contenuti,anche l’amore è solo un pretesto,un atto fisico che non è altro se non il suo divenire,e nulla più(“come un mabino che gioca al sole/le nostre bocche parlano senza le parole(…)tu di nuovo prendi tempo/io perdo il tempo per perdermi tra i tuoi fianchi/ed i miei sogni infanti/resto qui,cuore non ho/resto qui,solo fegato”).
Il disco sembra finire qui,ma è presente anche una breve ghost track che svela il lato più burlone(e tipicamente”toscano”….ed essendolo anche io lo percepisco bene!) dei nostri:una bislacca canzone d’amore che si spegne subito dopo pochi secondi,cantata da un ignaro personaggio indefinito(?)….e quindi torna ancora una volta il sorriso sornione sulle labbra.
Davvero un bel disco che dimostra l’ecletticità del Maniscalco Maldestro:i nostri hanno un sacco di idee e miscelano varie influenze diverse senza stancare mai.
Il grosso pregio del disco e delle loro canzoni ,infatti,è anche quello di essere variegate,incorporando una moltitudine di stili differenti,pur con il loro proprio trade-mark personale;c’è infatti l’attimo più divertente,l’attimo più riflessivo,l’attimo più pensoso….ma tutto è a favore dell’insieme,ed è il bello di tutta questa varietà rock.
Complimenti quindi al Maniscalco maldestro….che non è maldestro,ma originale e appassionato,divertente e coerente.
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