OLIVIERO MALASPINA “Malaspina” (Lupo editore/Hydra music)

Ritorna Oliviero Malaspina,il grande cantautore che arriva oggi al suo quarto lavoro ufficiale (quinto se si conta anche il primo EP).

Entrare nella poetica particolare di Malaspina significa fare un lungo viaggio dentro il suo “Io”,ma non solo;è come se Oliviero raccontasse storie che ci riguardano,da attento osservatore e pensatore qual’è…Ognuno,quindi,può ritrovare qualcosa di sé e nel suo vissuto,non solo “ascoltare” tracce che indagano sulla sfera personale dell’autore.

Il disco si apre con un inaspettato frammento elettronico di pochi secondi (“Poi”,con una frase-è Teresa Draghi a parlare- che risulta emblematica:”poi diedero la parola agli innocenti/ed il silenzio fu terrificante”),che lascia subito spazio alla prima vera canzone del disco,”Volevo essere la luna nei campi”,un brano carico di disillusione (e venato di rock) che affonda il coltello della poesia su pieghe e ricordi personali (“con un libro di poesia stretto sotto il braccio/e le corse disperate intorno a un pallone/e il cielo è una traversa del tutto immaginaria”).

“Vita ancora viva” è una visione sull’amore del tutto inedita ed originale (“Non sono pratico dell’amore,così mi sale il pianto agli occhi/perchè tu sei terra e mare”),sotto forma di una ballata malinconica;”In viaggio,fermi” è un altro pezzo adornato da ottime chitarre taglienti e decisamente rock (è Gianmarco Volpe a suonarle):il viaggio non è solo “compiuto”,ma suggerisce anche altre chiavi di lettura,con un taglio decisamente poetico (“ci stringemmo in un abbraccio disperato/che contemplava ostinatamente la morsa del gelo/sarebbe poi venuta la pioggia a lavarci/il sole ad asciugarci”).

“Quasi tutti” indaga sul bisogno di redenzione che attanaglia l’uomo (“quasi tutti hanno pregato almeno un’ora un giorno/che ci fosse una partenza,che ci fosse anche un ritorno”) e ricorda come attitudine le storie di De Andrè (che era un grande amico di Oliviero,oltre che una sicura influenza) e di De Gregori;”Vostra signora dei fiori” è una visione amara e poetica di vecchi ricordi (“ogni sera contavo i passi della tua strada da me verso di te/una strada che non partiva/da nessuna benedizione/e non arrivava da nessuna consacrazione”).

“La strada” è un riuscito duetto con Roberta di Lorenzo e si torna a parlare d’amore,anche se sempre visto da una latitudine personale (“amami senza pensare che il tempo non ci potrebbe bastare”),e torna anche uno sfondo rock,musicalmente;”Migranti” è la canzone più “vecchia” del disco in un certo senso,in quanto è stata scritta nel 1997 ed è un brano non solo di valore,ma anche simbolico,perchè vede la collaborazione di “Faber” …Difatti doveva far parte di un album,chiamato appunto “Migranti” (che doveva essere il continuo di “anime salve”),che non si è concretizzato per la prematura scomparsa del cantautore genovese;ed il bello che il testo è attualissimo,non sembra affatto passato tutto questo tempo,in quanto le liriche sembrano scritte ieri (da antologia questo passo:”Le puttane del nuovo governo preferiscono certi poteri/e gli ultimi estasiati/proferiscono parole di agonia/molto suadenti”),mentre il tappeto rimane all’insegna del rock stradaiolo e verace.

“Il vuoto” è un brano di rock moderno,solcato nell’introduzione da lievi e tenui venature electro:e la musica traduce perfettamente le inquietudini del testo (“fa paura questo freddo nell’anima/fa paura questo odio nel mondo/fa paura questo vuoto che avanza/fa paura quasi tutto qui intorno”);”vengo a portarti il mio nuovo amore” è,per contro,un altro tassello che riguarda l’amore,con un po’ di poetico romanticismo,ed una punta di disillusione (“perchè sapevo che non sarei bastato a un amore che doveva essere assolutamente inventato”),mentre il mood musicale ha un piglio attualissimo (Partecipa alla voce Ennio Salomone).

“E dell’infinito fine” è un brano chiaroscuro che parla di precarietà e difficoltà con il taglio inconfondibile di Malaspina;” Dopo” chiude idealmente e circolarmente il disco,con un flavour elettronico e ultramoderno (la voce è di Joy Zanetti),mentre le parole sono una presa di coscienza importante,che si ricollega all’ “anima” e al sentimento da “outsider” delle canzoni precedenti (“perchè sappiamo il dolore delle minoranze/che bruciano ai quattro orizzonti del mondo”).
Un bel disco,riuscito e colmo di argomentazioni e poesia,rifinito anche da arrangiamenti potenti e godibili,fruibili anche da chi solitamente non è avvezzo alla musica d’autore;un graditissimo ritorno,che si colloca come importantissimo all’interno del cantautorato italiano di qualità (e non solo).

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