INDIANA

Prima di passare alle notizie biografiche del gruppo, fiondiamoci direttamente sull’ascolto di questo Ep omonimo degli Indiana.
Andiamo subito al primo brano che è “Anche se qua tutto muore” che è un brano sognante dal sapore elettronico e dall’arrangiamento ricercato, sonorità curatissime alternando ritmiche elettroniche ben incastrate a sinth e chitarre elettriche non distorte.
Le intenzioni di base del brano sono quelle di trasmettere una certa energia positiva condita da un sound che sembra essere l’incrocio perfetto degli anni Settanta ed Ottanta con un cantato estremamente “indie”, ai limiti dell’intonazione, ma piacevole all’ascolto.
Seconda traccia del disco “Laverò le rocce” ha dei tratti distintivi piuttosto estivi che però sfociano in un impasto sonoro direi lisergico, a tratti psichedelico.
Il tutto sembra un mantra assolutamente terapeutico che non può che portare all’ascoltatore a lavare la propria anima dalle lordure fastidiose della quotidianità.
Molto interessanti gli interventi “low-fi” all’inteno del brano che si fondo perfettamente con gli altri elementi “puliti” e ben distinti, soprattutto nelle ripetizioni del cantato.
Una coda fatta di sonorità vintage non può che concludere la traccia in grande stile.
Non può mancare la tematica dell’amore con la terza traccia “Tu mi fai vivere” , un brano assolutamente “ambientale” che si introduce con arpeggio di chitarra acustica e due voci in controcanto che si alternano a cori minimali ed eterei, il brano però si sviluppa invece in chiave assolutamente “electro-vintage” con una ritmica sostenuta e un sinth zanzaroso che sfocia ancora nel lisergico, seguono interventi “silenziosi” che si alternano a ritmiche dissestate.
Con Memento si sperimenta sulle ritmiche dall’adamento quasi ipnotico da un retrogusto piuttosto pop grazie alla chitarra, mentre i sinth vintage danno l’impronta inconfondibile al progetto degli Indiana anche in questo pezzo, quarta traccia del disco.
Penultima traccia dell’album “Vorrei vivere con poco” , tra l’intimista e il pop orecchiabile, sempre con quel retrogusto di avanguardia elettronica sperimentale che va sempre di più al complicarsi nello sviluppo.
Si chiude in maniera movimentata e piuttosto “spinta” con “Exploding Plastic Inevitable”, un sesto brano che risulta essere fortemente ballabile con una chitarra elettrica distorta ossessiva, elementi di “silenzio elettronico” che inframmezzano il brano, ma che nel complesso esplode prepotentemente dalla seconda metà.
Che dire di questo disco, sicuramente è un buon progetto che merita senz’altro qualche ascolto in più.

“Parlare di musica è come ballare di architettura”. (Frank Zappa)

Parlare degli INDIANA, cercare di descrivere il mondo che viene raccontato attraverso i loro testi, spiegare ciò che si cela dietro alla dimensione non-sense che li caratterizza è cosa non semplice.
Son loro stessi, del resto, ad affermare: “Chiedersi se delle informazioni autobiografiche possano servire allo scopo di conoscere qualcuno è giusto, anche se retorico. Alcuni tratti anagrafici aiuterebbero solo ad ingigantire dei pregiudizi riguardanti la giovinezza o la vecchiaia di qualcuno, riguardanti il suo luogo di provenienza e, maggiormente, riguardo le cosiddette influenze musicali. Sarebbe meglio non presentarsi a parole, evitando di fornire un identikit da prodotto inscatolato, da zuppa pronta, lasciando questo compito alla musica che in fondo dovrebbe essere, per chi la fa, l’unica fonte biografica sincera”.

L’omonimo EP, il secondo dopo il primo “La strada” (2012), affonda le sue radici nell’esperienza dell’ennesimo abbandono da parte di un elemento. Rimasti in tre, spaesati e scombussolati, hanno pensato di chiudersi in sala prove per comporre, produrre e registrare un nuovo album, con la solenne promessa di restare in tre e uniti, cercando di arrangiare i pezzi non come in “La strada” (frutto di sonore elucubrazioni sgangherate) ma in modo da essere suonabili da loro tre soli, attraverso l’interazione coi pc.
Gli arrangiamenti sono la cifra che caratterizza la fluidità del lavoro, come del resto lo sono i denunciati limiti di produzione che cercano di sfruttare a loro vantaggio e di farli diventare quasi “un marchio di fabbrica”: suoni, sintetizzatori, chorus, reverberi e beat, insomma tutto ciò che avevano a disposizione.
Il risultato di questo gioco può essere definito come un “low-fi digitale”, dove spinose chitarre acustiche dialogano con macchie di polverosi sintetizzatori e con voci talvolta ironiche, come in “Vorrei vivere con poco”, altre un po’ più patetiche, come in “Memento”, il tutto recintato da sequenze di batteria e da beat un po’ scientifici per il loro essere a tempo, quasi fossero dei vigilanti che danno un freno al gioco dei tre bambini.
Il tema del gioco, del sogno e dell’interiorità del resto sono anche riflessi nei testi che oscillano tra il surreale e l’onirico, tra immagini di vita e morte guardate però allo stesso momento quando l’essere allegri non esclude che intorno a se tutto possa morire, e muoia, e viceversa.
La canzone di chiusura, “Exploding plastic inevitabile”, con il suo essere fuori-posto, è forse la chiave di lettura dell’intero EP e non la sua negazione. Pensare di aver già ascoltato tutto e invece alla fine riascoltarlo al contrario per cercare una risposta, una spiegazione che forse non si trova, ripartire dall’enigma, dal rebus finale, che non chiude il cerchio, per trovare un senso che non c’è.
Questa forse è l’intenzione nascosta degli INDIANA, questo è stato il non-senso del loro gioco.

EP credits:
Testi e musica di Indiana.
Suonato, registrato e prodotto da Indiana in Villa Caroli Zanchi.
Mastering di Indiana.
Contributi alle parti di batteria delle tracce 3 e 5 di Gabriele Mazza.
Artwork di Isabella Novali.

Gli INDIANA sono: Rajiv Olivato, Marco Novali, Riccardo Mazza

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