PAOLO SAPORITI “Paolo Saporiti “ (Orange Home records)

Paolo Saporiti è uno di quegli artisti per cui la musica è quasi una missione:una passione che viene coltivata piano piano per esprimere il proprio io interiore,indipendentemente dalle mode e da ciò che va in quel momento.

Ed è quello che Saporiti ha fatto:la sua carriera è già abbastanza lunga,con all’attivo 5 album da solista ed uno con i Don Quibol e tante serate in lungo e in largo per l’Italia;ciononostante,l’artista non è ancora sotto la luce dei “grandi riflettori”,ma poco importa…Anzi,forse oggi,con questo album,potrebbe essere giunto il momento giusto perchè il pubblico “alternativo” si accorga finalmente della sua arte.

Questo omonimo full length è a dir poco favoloso,e la produzione di Xabier Iriondo (Afterhours,Six Minute War Madness) è una garanzia di qualità (e c’è di più:il mitico chitarrista partecipa anche in studio,suonando vari strumenti):ma è il particolare songwriting di Paolo a fare tutto il resto,dando nuova linfa al rock d’autore cantato in italiano (e tra le altre cose questo è proprio il suo primo episodio cantato nella lingua madre!).

Il disco si apre con un brano rarefatto,dall’incedere crepuscolare,”Come venire al mondo”,in cui l’introspezione regna sovrana:la raffinatezza di Saporiti è già in evidenza sia nelle liriche enigmatiche,sia nella musica e anticipa il contenuto del disco,tra arpeggi delicati ed improvvise puntate nel rock d’autore.

“Io non ho pietà” è una bellissima canzone d’amore non convenzionale (“Io non ho pietà nell’amarti/nel senso che dedico a te ogni goccia d’amore che mi stilla nel cuore/io non ho pietà nell’odiarti/(…)provo solo rancore per chi svende le ore”) che emoziona con il suo pathos in evidenza (bellissimi gli archi che si sposano bene alla voce particolarissima e molto bella del nostro,che segue l’altrettanto valida ritmica acustica).

“Cenere” è un altro tassello acustico e notturno,in cui ricordi e meditazioni si affacciano sulla sfera personale sempre con eleganza (“io non so più cosa credere/io non so più come scegliere al di fuori di te”);l’amore è al centro dell’attenzione anche su “Sangue”,vista però da un’ottica inedita e narrata quindi in maniera del tutto atipica :la maestrìa di Paolo alla chitarra fa il resto,donando al pezzo un vago sapore di folk “settantiano”.

“Come Hitler” è una sorta di folk song che presenta qualche screziatura free form,ma che poi scorre via piacevolmente,con le sue riflessioni rilassate;e acustica è anche l’anima di “L’effetto indesiderato”,una delicata ballata notturna dal mood misterioso (e con un tocco jazzato ad opera del sax di Stefano Ferrian,oltre a qualche scheggia noise appena accennata -presente anche in altri momenti del disco-che svela l’inconfondibile tocco di Xabier):l’introspezione delle liriche non viene mai abbandonata,così come la sfera personale,ma sempre vista in maniera originale (“dovunque le tue mani feriscono/comunque le tue mani colpiscono/le parole mai leggere tra di noi”).

“Ho bisogno di te” ricorda certi aromi progressive non allineati (con la batteria free form di Cristiano Calcagnile in evidenza nell’introduzione) e svela un testo inizialmente sarcastico (“io vorrei cagarti in testa/io vorrei pisciarti in bocca”) che poi si rivela amaro (“ma poi ho bisogno di te”);musicalmente la canzone mi ricorda certe atmosfere alla Marco Parente,però mescolate con delle improvvisazioni ardite sullo sfondo.

L’amore nelle sue mille sfaccettature si riaffaccia su “Erica” (“come posso riuscire ad amare/se sei ancora qui”),una canzone davvero suggestiva e dal sapore “magico”;”In un mondo migliore” presenta un mood decisamente più solare,che ci riporta alla mente la scuola cantautorale dei ’70,mescolata con un flavour tra folk, riminiscenze country e riflessioni personali.

“Caro presidente” è uno spaccato sull’attualità,vista però senza alcuna retorica di sorta (“ogni tanto credo che non cambierei/neanche fossi in lei/è un istinto naturale che mi porta a credere che convivere col male sia quasi impossibile”),che inizia con qualche frammento jazzato,per poi proseguire come elegante ballata acustica;”Il vento dice addio all’addio” è un valzer atipico dal sapore antico e quasi gitano,che riporta l’attenzione sull’amore e le sue problematiche,viste con amarezza oscura.

“P.S.” è il frammento finale,una ballata screziata da interferenze di rumore bianco;ed anche l’amarezza meditativa acquista una sua poesia (“non sei ubriaca puttana solitaria/come vedi non vali la mia libertà”).

Un bel disco veramente:Paolo Saporiti è uno dei migliori ed interessanti cantautori usciti in questo 2014,perchè ha una sua forza ed una sua originalità compositiva che lo eleva dalla maggior parte della scena indie italiana,proprio per la sua inedita capacità di scrittura e per la sua bravura.

Sì,perchè di Saporiti ce n’è solo uno:ed il suo album è la dimostrazione di come coerenza e intelligenza vadano di pari passo con la qualità e alla lunga,paghino;mi auguro adesso che anche il grande pubblico si accorga di questo validissimo cantautore.

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