FROZEN FARMER “Stay” (Seahorse recordings)

Ci sono dei dischi che trasmettono serenità e vera passione:in poche parole sono una fotografia esatta dell’anima di chi li ha composti.

Ed è così anche per questo “Stay”,secondo lavoro per i Frozen Farmer (dopo un primo Ep nel 2011),un disco molto bello e solare,che affonda le sue radici in certo folk rock e perfino nell’alternative country (e non è un caso,dato che due componenti della band-Francesco Scalise e Paolo Grassi,rispettivamente voce/banjo e voce/percussioni/clarinetto-hanno inciso due album proprio con una band del genere,i Midwest;gli altri due componenti sono:Luca gambacorta-chitarre,voce;Carlo Rizzi-basso e Giordano Rizzato-batteria….Ma partecipa anche Luca Gambacorta che si alterna a vari strumenti a tastiera-mellotron,wurlitzer,piano ecc.-oltre che al mandolino).

Apre la rarefatta e dolce “Angels’melody” che è esattamente ciò che anticipa il titolo:un brano dall’andatura quasi fiabesca,sognante,in cui appare la chitarra acustica di Tim Sparks (collaboratore di John Zorn,Marc Ribot e altri);anche le liriche si sposano perfettamente all’atmosfera del pezzo,altamente evocativa.

Il secondo pezzo è una sorta di manifesto del gruppo,ed è puro country rock a stelle e strisce,un brano dall’andatura solare che piacerebbe sicuramente a Dillard & Clark;”There’s a leak” è un brano spedito che inizia in maniera introspettiva,ma che si trasforma subito in un’ariosa cavalcata country che evoca praterie e lontani orizzonti.

“Fredericksburg” è un brano più introspettivo e sottilmente malinconico,dal sapore settantiano;”Jenny” è una bella e luminosa dedica d’amore in chiave folk-country,una sorta di ritorno a casa dalla propria amata messo in musica.

L’amore è protagonista anche nella successiva ballata che è anche la title-track del disco,un brano morbido ed elegante,che non tralascia una melodia sognante (vengono in mente The Band e il Dylan degli anni ’70,sicure influenze del gruppo);tra introspezione e scorrevolezza agrestre,”valley of memories” (che vede tornare Sparks come ospite all’acustica,oltre al sitar di Adalberto Zappalà).

“Here I come” è un’altra cavalcata che pare uscita da una colonna sonora di un film western,in cui traspare però un po’ di spleen lirico (riferimenti alla morte?Oppure una possibile “rinascita spirituale”?Le chiavi di lettura potrebbero essere molteplici),mentre la musica rimane gioiosa (ed è un bel contrasto);anche “Shame on me” fa venire in mente le immense praterie americane,ma stavolta un po’ di malinconia avvolge anche la musica (anche le parole sembrano lasciar trasparire un po’ di velata amarezza,ricorrendo pure a particolari metafore),grazie a dei riusciti “rallentamenti” molto suggestivi (che donano un tocco “californiano” e più rock al tutto:non è comunque un caso isolato,in quanto questo feeling si avverte anche in altri brani del disco).

“End of the day” chiude il disco con il suo mood quasi “spirituale”,con un testo riflessivo che evoca uno sguardo visionario e quasi “mistico”,oltre che immagini molto poetiche (e torna un filo di malinconia).

Direi che si tratta di un’incredibile formazione che non sfigurerebbe accanto ai grandi nomi “americani “del genere;si può dire che i nostri hanno assimilato bene la lezione di mostri sacri come Gram Parsons,per creare canzoni originali ed altamente evocative:probabilmente una delle band più “americane” che abbiamo in Italia,e vi assicuro che è assolutamente un complimento.

Davvero bravi i musicisti-sia quelli della band,che gli ospiti-per un insolito e luminoso quadretto di grande musica,che farà la gioia degli estimatori di queste sonorità e non solo.

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