VIOLACIDA “Storie mancate” (rock contest records/infecta suoni & affini/audioglobe)

I Violacida sono una band lucchese dedita ad un pop rock alternativo di scuola british come sound;questo è il loro esordio,che arriva dopo un primo EP chiamato “Siamo tutti poveracci”.

La band racconta storie al passo con i tempi,e nello specifico il momento difficile che stiamo vivendo visto da “occhi giovani” come possono essere i loro,quindi in maniera molto personale e senza retorica;ed è un contrasto piacevole con la musica,che di per contro,è sempre scorrevole ed orecchiabile.

Apre il disco “Odio quando mi guardi”,che ci riporta alla mente i Blur più pop come sonorità;il testo scardina i sentimenti di quelle persone che tendono sempre a lamentarsi,ma fanno ben poco per migliorare il presente (“sbronza di cianuro/soffochi il futuro che avevi da sempre desiderato”).

“Una canzone per perdere tempo” è un brano acustico dall’andatura quasi country e stavolta al centro dell’attenzione è l’incapacità di stringere rapporti personali (“troppe le scuse da inventare/nascondi il naso per non farti sputtanare/per gli spasmi regalati/lacrimogeni per farti piangere d’amore”),con un po’ di pessimismo di fondo;anche “Occhi Belli” è una pop song un’andatura quasi folk…Il testo è colmo di amarezza e disillusione (“ora,occhi belli/non rattristarti se /la fuga dei cervelli non fa per me”)e c’è perfino un po’ di sarcasmo;le tastiere donano un tocco “vintage”,ma allo stesso tempo contemporaneo al pezzo….

“Dormire” è una ballata malinconica (“ma il tempo verrà/tu non dormire/il cielo insieme a te/piangerà”) che sa di anni ’60;anche ”Giusy”ha un retrogusto sixties,ma stavolta più rockeggiante (le influenze sono dichiaratamente Beatlesiane):continua il contrasto tra musica godibile e liriche crude (“Giusy molla la droga/e sarai mia”).

“Il quartiere” è un altro pezzo molto orecchiabile,ma venato allo stesso tempo di malinconia;quasi un inno per riappropriarsi della propria libertà ad ogni costo (“siamo noi a ridere di voi/che siete soli, sempre soli/tristi e fieri/morti in piedi”) ed una sciabolata-mascherata da una certa poesia urbana-verso il falso perbenismo.

“A cinque anni” è un valzer ironico (“a 5 anni/mi ero già rotto/degli studenti e del ’68/di ogni canzone di merda alla radio”)dalle pieghe amare;”La bella estate”-con la tastiera dal sapore retrò sempre in evidenza-è un brano più meditativo ed introspettivo(“ed anche questa notte,tu resti sola a parlottar con le falene/ci tieni perchè sai che il giovane Pavese non dormiva mai”),e torna con esso anche la cadenza folk pop presente in altri brani del disco:si parla d’amore visto con occhi inediti e poetici.

“La ballata degli ostinati” è uno spaccato sulla mancanza di punti di riferimento di alcuni giovani d’oggi,naturalmente vista con un po’ di sarcasmo;potremmo riassumere il succo del brano come dicevano i Sex pistols (“No future”),ma la rabbia lascia il posto alla disillusione:non tanto crisi economica,ma piuttosto vuoto esistenziale!

“Povero Cristo” chiude il disco ed è una ballata acustica essenziale e minimale,dalla melodia irresistibilmente malinconica che si riflette nel testo (“come un sogno/in uno schermo/passerà l’inverno/non fu facile uscir da qui/dal mondo moderno”),adornata da una bella slide che dona un tocco di classe.

Un bell’esordio,suonato e composto con gusto ed intelligenza;le 10 canzoni del disco sono pop song perfette,che raramente superano la soglia dei 3 minuti,ed è proprio questo il loro asso nella manica….brevi e dirette,ma dotate di poesia malinconica,riferimenti colti ed ironia mai sopra le righe.

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