CORNI PETAR”Novantasei”(maninalto! Records)

I Corni Petar nascono nel 2005 da un’idea di Marco Rossi(chitarra,proveniente dalla storica band ska-core Shandon)e del cantautore Giorgio Tenneriello(chitarra e voce),al quale poi si sono aggiunti Davide Franchini(chitarra),Enzo Lana(basso)e Filippo Baldin(batteria).

Questo “96” è il loro secondo album(che arriva dopo un primo lavoro e tutta una serie di live importanti,anche di supporto a gruppi noti nell’ambiente italico),e fin dall’enigmatico titolo promette atmosfere evocative(mantenute poi durante l’ascolto):è un viaggio rock introspettivo,nel quale si parla del difficile periodo che stiamo vivendo,una riflessione sulle paure e sulle insicurezze non solo dei protagonisti,ma di noi tutti(e di tutti i giorni)….e la musica dei Corni Petar è catartica e liberatoria,un riuscito esorcismo contro i mali della nostra società e quelli interiori;analizziamola adesso nel dettaglio!

“Estate”apre l’album,ed è una particolare e personale visione del rock alternativo,con l’intreccio sonoro creato dalle chitarre,tagliente e riflessivo al tempo stesso e una sezione ritmica incessante,sul quale si delinea la particolare voce di Giorgio,molto bella,che evidenzia le inquietudini del testo(“stai con me,aspettando di colpire/ma non mi guardi mai,mentre muoio”).

“Scusami”continua con le sue dinamiche chiaroscure,uno spaccato sull’alienazione, sui danni della routine quotidiana e soprattutto sulla difficoltà di intrattenere rapporti umani(“domani è come sia già lunedì/vivendo sullo stesso pianeta,potremmo incontrarci”),il tutto raccontato con una bellezza sonora notevole di sottofondo(e la dimostrazione di come la potenza si sposi bene ad un mood”emozionale”e melodico,ma mai banale).

I Corni Petar non dimenticano mai la forma canzone e difatti ecco arrivare”Che rischio c’è”,un brano estremamente catchy,seppur riflessivo e dalle mille domande interiori(“che rischio c’è/nel tenero abbraccio della solutudine?/che rischio c’è,a stare immobile?”),tra post-grunge ed alternative riverniciato a nuovo;anche “Eternità”continua il connubio tra melodia,riff pesanti e scintillanti trame sonore,con l’introspezione sempre al centro dell’attenzione(“scatole di cose,cose come scatole vuote/tra le macerie di giornate amare e l’eternità di questa stanza”).

“Aria e solitudine”è una traccia onirica,quasi una sorta di ambient psichedelico,con al centro la chitarra acustica e la voce che indaga sulla sfera personale(“riempimi tu di gioie e nuvole/sai,l’essenziale per vivere/aria e solitudine”)con dinamiche chiaroscure;con “il rumore della fine”si torna su sentieri più robusti e potenti:difatti è un macigno sonoro bello carico,ma al tempo stesso non si rinuncia alle visionarie meditazioni personali(“saprò fingere che niente ci sia/mentre la terra trema/e il cielo vomita sulle nostre bugie”),con una sorta di melodia psichedelica,miscelata ad un sound decisamente hard(ma i richiami alternativi emergono sempre in superficie).

“Paura”ha una struttura più tesa e nervosa,è una canzone umbratile ed amara(“quanto costano le tue paure?/chiuse in una sola lacrima che cola come fiele/tra le pieghe di un volto stanco e immobile/che non puoi nascondere”),carica di disillusione e dalle ritmiche insolite,ma “piene”;e subito dopo arriva una riuscita cover di”Via dè campo”,una delle più belle canzoni di Fabrizio De Andrè…un classico riletto con la personalità dei Corni Petar e che suona quindi in maniera del tutto nuova,inedita,decisamente rock:esattamente come se l’avessero composta loro!Uno dei più bei esempi di cover che mi sia capitato di sentire,per la sua originalità…

“Niente da fare”è un brano dagli avvolgenti chiaroscuri(irresistibile il wall of sound chitarristico,così come la rocciosa sezione ritmica)con una certa amarezza introspettiva di fondo(“non c’è più spazio per le cose che ho pensato/non c’è più niente da fare/sazierai la fame che hai di me/lasciando tutto il resto a cancellarmi piano”):bella l’atmosfera,struggente e al tempo stesso corposa.

Il disco si chiude”apparentemente”con un’emozionante ballata rock dai risvolti malinconici(“schiaccerai il giorno/dentro ogni ora/sarà infinito questo inverno che mi porta via la voce”),”Un pessimo addio”:bello il background sonoro,così come la melodia del cantato.

Dicevo poco fa che il disco “pare”finisca qui…ma non è così;infatti dopo un’ottantina(!)di tracce vuote(pochi secondi in realtà),come succedeva in un vecchio disco di Marilyn Manson,ecco arrivare non a caso la traccia numero 96,la “ghost-title-track”:il mix riuscito di potenza ed introspezione si compie nuovamente,tra ritmiche energiche e riflessioni personali ed enigmatiche(“se poi mi perdo/potrei ricominciare alla deriva nel mio cuore(…)se avessi sangue infetto/lo rifarei,come nell’estate del ’96”).

Davvero un bell’album,robusto e compatto,emozionante,in cui tutto è al posto giusto:i bei testi,le melodie,la musicalità inedita ed originale,ma sempre rock.

Complimenti alla band,la dimostrazione che ci sono ancora tante idee nuove all’interno del rock italiano:i Corni Petar ne sono un esempio tra i più scintillanti!

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