ANDREA ARNOLDI E IL PESO DEL CORPO
“LE COSE VANNO USATE LE PERSONE VANNO AMATE”
(Autoprodotto)

Fare un concept album sulla morte non è cosa facile,e probabilmente non da tutti i giorni:ovvio che la cosa è stata sperimentata altre volte,ma quello di Andrea Arnoldi è un disco molto interessante e non certo da sottovalutare.

C’è da specificare che in questo album autoprodotto (licenziato sotto “creative commons”),la morte non viene intesa solo come fisica,ma in maniera generale:morte vista ANCHE come deterioramento interiore,disillusione e quant’altro….ma è altrettando ovvio che le chiavi di lettura sono molteplici;tuttavia Andrea dona al tutto poesia e romanticismo,servendosi di strutture minimali,eppure “ricche” di pathos ed emozione.

“Rebus” apre il disco,ed è una brava traccia soffusa e rilassata,di struggente bellezza:pura canzone d’autore,come non se ne sentiva da tempo,in cui il dolore interiore affonda nella poesia e si tramuta in melodia (“Amico che mi giudichi eremita/soltanto perchè al mondo tra le dita preferisco una matita/lo sai,costa fatica/restare chiuso in casa dietro i vetri/a scrivere la vita”).

“àncora” è una traccia delicata color pastello,un dialogo immaginario tra un defunto ed un albero (o almeno così pare);detta così è semplificata,ma vi assicuro che anche questo brano è ricco di commovente poesia e di bellezza acustica;la morte affrontata ne “L’ortica”,invece,è parzialmente concettuale (“sono tre volte che muoio quest’anno e questa è la quarta,coprimi amore che soffoco, il corpo è scoperto per la febbre alta”) e ricoperta di un sound variegato che oscilla tra il folk rock e il dark prog acustico di marca settantiana….Si tira un pò il fiato,è difatti una canzone meno ombrosa e più scorrevole,molto piacevole all’ascolto (seppur molto riflessiva,soprattutto nel lungo mantra finale,affidato a degli archi stranianti),in cui il nostro e la band sono in gran forma!

“Parigi-Torino” è una ballata  meditabonda (gli archi e la chitarra acustica sempre in primo piano),che ricorda certe canzoni dei Venus (o il Marco Parente più introspettivo) come mood;”Cometa” è orientata verso il cantautorato raffinato d’altri tempi.

“Cosmogonia” fa rima con ironia:e difatti è un samba scanzonato,che si prende gioco dell’amore (” e tu mi gridi: ‘Amore! È necessario che io prenda il primo treno e vada via!’e ferma in piedi sui binari hai violentato la mia cosmogonia”);”Ultima lettera di K a Milena” è,per contrasto,un tassello più ombroso:si parla sempre d’amore,ma riletto su una luce più scura,che ricorda il migliore De Andrè (tuttavia la musica conserva una sua luminosità,anche quando riflette le crudezze evocative del testo).

“Requiem” è tutto un programma,ed è una delle canzoni più oscure dell’album;”Coda” è una  ballad strumentale dalle venature noir,che evoca malinconia…

“Ringiovanimento” è una canzone più “solare”,”Decalogo” è il gran finale che evidenzia ancora una volta di più la poesia del nostro (“NON VOGLIO PERDERE LA MERAVIGLIA/di amar qualcosa che non mi somiglia”),con un pizzico di spiritualità in più (amplificata dal finale,affidato ad un raga suonato dal sitar).

Un album sicuramente non facile,ma che affascina e conquista ascolto dopo ascolto:è un disco che certamente vuole la tua attenzione…Non lo si può ascoltare distrattamente facendo altro,ma al contrario,va assaporato e assimilato molto lentamente e con pazienza per capirne le potenzialità…Ma una volta fatto questo,vi renderete conto di essere davanti ad un album molto bello e ricco di visionaria poesia.

Un album pieno di idee,dunque,eppure minimale,ma solo apparentemente “semplice”strutturalmente:è uno di quei lavori destinati al “culto”……Dategli un ascolto (anzi,più di uno),vedrete che scoprirete un grande artista!

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