I Pearl Jam tornano con Gigaton : un disco pieno di speranza

a cura di FRANCESCO IZZO

A distanza di sei anni dall’ultimo lavoro in studio, i Pearl Jam danno vita a Gigaton, undicesimo album della
band di Seattle. Il disco, uscito ufficialmente il 27 marzo, era stato annunciato lo scorso gennaio, insieme
alle prime date del Tour che sarebbe dovuto partire dagli Stati Uniti e che purtroppo a causa della
pandemia globale, sono state annullate.
Dopo Lightning Bolt del 2013, album che a parte qualche singolo orecchiabile pare che non abbia
entusiasmato la vecchia guardia dei fan, ci si aspettava qualcosa di diverso.
Gigaton oltre ad essere il titolo è anche un vero e proprio concept conduttore di un lavoro artistico che
vuole mostrarci un percorso bello dritto e forte, preciso e purtroppo attuale, data la realtà che stiamo
vivendo, a cominciare dalla copertina con la quale viene rappresentato lo scioglimento di una calotta di un
ghiacciaio del Nordaustlandet, ed il merito va al fotografo, regista e biologo marino canadese Paul Nicklen,
autore dell’agghiacciante foto.
Il 22 gennaio viene lanciato il primo singolo, Dance Of The Clairvoyants. Un buon biglietto da visita, per chi
si aspettava qualcosa di nuovo, a cominciare dalsound dellabatteria di Cameron. Il groove è bello dritto e
meccanico, mentre il sound è il tipico dellanew wave: effetto drum machine. Altra new entry, un synth
anch’esso in stile dark e un riff di basso, suonato da Jeff Ament, contribuiscono a creare quell’atmosfera
cupa necessaria per un ritornello più aperto, con armonizzazioni vocali e chitarre acustiche. Spiazzante ma
più che positivo.

I Pearl Jam tornano con Gigaton, un disco pieno di speranza

Superblood Wolfmoon è il secondo singolo rilasciato. Viene rispolverato il buon vecchio sound 90’s, un
tempo di batteria serrato e preciso, chitarre sporche e overdrive a tutta forza di McReady e Gossard. La
voce di Vedder è l’arma in più supportata in alcune parti del disco come in questo pezzo da echi e riverberi.
Entra dopo pochi secondi e subito ci riporta sul pianeta PJ.
Con Quick Escape veniamo travolti. Basso distorto e una ritmica possente in stile Rage Against the Machine
o Audioslaveed hai una strofa che butta giù le pareti. Il testo oltre ad omaggiare Freddie Mercury nella
prima strofa, urla tematiche attuali e la voglia di cercare “un posto che non è ancora stato fottuto da
Trump”. Probabilmente è il pezzo più bello del disco.
La traccia che apre l’album è Who Ever Said. Uno sprintforse troppo prevedibile. Potrebbe ricordare la
prima traccia di Lightning Bolt, Getaway, overdrive a tutta forza e una sezione ritmica incastrata di basso e
batteria che incide in modo come sempre impeccabile. Il ritornello non è esplosivo, anzi si ammorbidisce con
una discesa molto delicata, costruita con chitarre morbide e cori armonizzati.
La quarta traccia del disco è un momento di sospensione. Come nei migliori concerti c’è bisogno di
riprendere fiato, Alright è il pezzo giusto. Una ballata ambient con atmosfera desertica. Un inedito Arment
alle tastiere ed alla m’bira e le percussioni di Cameron ci trasportano lungo una strada desolata.Una
canzone statica e priva di cambi melodici.

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I Pearl Jam tornano con Gigaton, un disco pieno di speranza

Seven O’Clock segue la sciadella precedente. Le chitarre scompaiono a favore disynth e tastiere per creare
un tappeto perfetto per un lungo viaggio in stile “comfortably numb”, ottimo per chiudere la prima parte
del disco.
NeverDestination si apre con un midtempo e un riff chitarroso ideale per ripartire. Sembra di ascoltare un
classico blues con un sound punk rock. Una struttura ripetitiva e un ritornello atipico che non vuole andare
lontano. Direi che dopo il lungo viaggio ci sta tutta.
Take the long way l’elemento dispicco è la ritmica di Cameron in pieno stile Soundgarden.
Siamo quasi alla fine dell’album.
Il Capitolo finale è inaugurato da Buckle Up. Traccia morbida che ci riporta indietro di molti anni. Potrebbe
sembrare un tentativo non del tutto riuscito di scrivere un pezzo come Wishlist. La costruzione basata
sull’arpeggio funziona a mio parere. Manca una risposta al primo tema.
Tutto sommato è un brano interessante se consideriamo la volontà di sperimentare.
Comes Then Goes fa tornare Vedder alla chitarra acustica. L’atmosfera è quella che conosciamo bene,

quella di Into the wild. Infatti sembra di ripercorrere le avventure del viaggio di Alex. Vedder in acustico è
sempre una garanzia.
La penultima traccia è Retrograde. Un’altra ballatama con la band che accompagna già dalla prima strofa
per poi sfociare in un ritornello in stile “Sirens”. Una cosa strumentale piena di echi e ambiente apre la
strada al pezzo finale dell’album.

I Pearl Jam tornano con Gigaton, un disco pieno di speranza

Classico finale di disco dei Pearl Jam con una novità, l’organo di Vedder ad accompagnarlo in un pezzo di cui
è autore unico. Una canzone di speranza e intensa, già eseguita in alcuni live da solista.
Fortunatamente l’uscita di Gigaton non è stata rinviata per la gioia di tutti i fan che attendevano
fortemente un nuovo disco dopo la parentesi solista fattaper lo più di live di Eddie Vedder, quella meno
felice (non per demeriti artistici) di Matt Cameron con i Soundgarden, alle prese con una reunion dal 2012
conclusasi poi con la tragica notizia della morte di Chris Cornell nel 2017.
Un disco che ci fa ben sperare, che fa riflettere con i suoi temi toccanti e attuali. Ne avremo di tempo per
riflettere prima di tornare ai concerti per vedere di nuovo sul palco i Pearl Jam.

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