“Life is pain”; sono queste le ultime tre parole stampate nei credits del capolavoro “Brave Murder Day“, secondo full lenght della band svedese Katatonia. La vita è dolore, è questo ciò che pensa Anders Nystrom, il chitarrista, nonché fondatore della band in questione. La vita è dolorosa e travagliata, proprio come la nascita di questo album, partorito nell’inverno del 1996. Come mai parlo di un album così addietro nel tempo? Semplicemente perché, in quanto novellino ed impacciato “osservatore della musica”, sto cercando di rompere il ghiaccio con la mia prima ufficiale/ufficiosa recensione riguardo un album che ho dentro il cuore; un album tanto straziante quanto avvincente, un album così cupo e grigio, che, paradossalmente mi riscalda l’anima, facendomi sentire un mortale come chiunque altro. Bando alle ciance e passiamo al dunque.

I Katatonia sono un gruppo sconosciuto nel mondo della musica, semisconosciuto nell’ambito che più loro si addice, il metal, ma mastodontici capisaldi del Doom metal. Dalla fredda Svezia, nel lontano 1991, durante il periodo di massimo splendore della scena Scandinava death/black, due ragazzi, tali Jonas Renkse e Anders Nystrom, fondano i Katatonia, pubblicano un album e due ep di poca importanza nei quattro anni successivi, per poi separarsi. Le loro strade si divisero, almeno è quello che pensava Renkse, che, dopo quasi due anni di silenzio, fu ricontattato da Nystrom, il quale ebbe un idea: “Facciamo un qualcosa di mai sentito prima. Facciamo qualcosa che sconvolga l’ascoltatore”. L’idea era questa: creare riffoni massicci e dissonanti, spartani, con una batteria fissa su 4/4 a seguire. Canzoni lunghe, ridondanti e claustrofobiche; semplice… Ma sarebbe stato efficace? Nystrom si sarebbe occupato di chitarre e basso, Renkse di batteria e voce, riscontrando però gravi problemi alle corde vocali durante le registrazioni, non riuscendo ad avere un cantato potente come il Death Metal richiede. La fortuna volle che i giovani Katatonia avessero come amico il frontman degli Opeth Mikael Akerfeldt, che lo sostituì egregiamente. Brave Murder Day è pronto per essere ascoltato.
Premetto che questo è un album difficile da commentare, a mio parere va vissuto e basta.
L’esperienza comincia con la title track suddivisa in tre parti. Brave è considerabile come il sunto generale di quanto si voglia sapere sull’album: tempo fisso su 4/4, riff semplici ma evocativi, con la voce di Akerfeldt che tesse ciò che io definisco tristezza. Ebbene si, il brano si rivela una sorpresa, regalando dieci minuti di puro strazio ad un ascoltatore ormai inerme di fronte alla bravura dei musicisti nel mescolar pochi elementi, ma in maniera egregia, perché estrapolati direttamente dal loro freddo cuore, colmo di disperazione. Memorabile il riff iniziale, che vi seguirà nei sogni. A seguire Murder, che ci lascerà senza tempo di riflettere ed assimilare il primo brano, poichè procederà sulla falsariga di Brave.
In Day, Renkse si farà spazio con l’unica performance vocale da protagonista dell’opera. Non a caso, si tratta dell’unico brano esclusivamente acustico, accompagnato da una batteria quasi impercettibile e da arpeggi di chitarra che ci faranno viaggiare tra realtà e onirico. La voce di Renkse è provata, e si sente: aiutandosi con un riverbero ben inserito, ci donerà una performance unica. Particolarità del brano, è il senso di insicurezza che si avverte durante le strofe, alleviato da un ritornello che sa di speranzoso.  Ma non c’è più spazio per la speranza.
Rainroom è il brano più deprimente che abbia mai sentito. Il growl di Akerfeldt incalza perfettamente con tutti gli strumenti, continuando ad angosciarci con parole riguardanti il suicidio e l’inutilità della vita. il climax di tutto l’album è proprio qui.
12 è la definizione per eccellenza di ridondanza ossessiva. Un riff senza fine ci accompagnerà per tutta la durata del brano, catapultandoci nel baratro angoscioso dell’ultima traccia, Endtime, con un arpeggio iniziale che da solo fa salire Brave Murder Day nell’olimpo del death/doom, rimanendo tutt’ora la Magna Opera dei Katatonia, allora inconsapevoli di aver creato uno dei diamanti più oscuri degli ultimi vent’anni di musica moderna.
Se volete provare emozioni differenti, questo album è pronto a regalarvele, però fate molta attenzione: qui si tratta della rappresentazione per eccellenza della musica che fa da “sale” per le vostre ferite.

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