A cura di Francesco Lenzi

I Cheyenne Last Spirit sono una di quelle band che ti catturano fin dal primo ascolto,per via della qualità enorme della loro musica:il gruppo sardo si è formato nel 2006,e questo è il loro secondo lavoro,dopo una prima autoproduzione precedentemente uscita.

CHEYENNE LAST SPIRIT “Il giardino del tempo”

La band è attualmente composta da:Francesco Addari (voce,chitarra,tastiera);Francesco Perra (chitarra,cori-molti di voi ricorderanno i lavori di Perry Frank che ho recensito anno scorso,in maniera entusiasta…Bene,Perry….è proprio lui!) e Matteo Floris (basso e cori),mentre Fabio Cuccu si è occupato della batteria in studio di registrazione;il gruppo si è fatto le ossa suonando moltissimo dal vivo,anche in diverse importanti manifestazioni ed il risultato si sente,dato che il disco in questione svela una band compatta,senza sbavature,con una propria personalità.

Il disco si apre con un intro (“L’inizio”) che “modernizza” segmenti psichedelici e solari,sposandoli a tratti alternative e post grunge;”Le nostre paure”,subito dopo,riaggiorna la grande lezione rock dei ’60/’70 ai giorni nostri (tra ricordi british,rock&roll e hard),ed anche il testo è esplicito in questo senso (“voglio ballare con te un vecchio R&R/Voglio cantare con te un pezzo di “abbey road”),per un pezzo tutto grinta e spensieratezza.

“La canzone del poeta” è un brano leggermente più ombroso,che musicalmente si riallaccia alla miglior scuola “alternative” italiana (Afterhours,Marlene etc.):ovviamente non si tratta affatto di una riproposta,in quanto il sound dei Cheyenne è troppo personale per essere derivativo;ed il pezzo,difatti,è vincente,con una musica scura che ben si abbina all’introspezione del testo (“ a volte deflagrerei la tua faccia di merda/A volte nascondo parole sotto le onde del mare/a volte mi sveglio tra note di musica sorda/Mi scuserai se odio la tua distanza”).

“Il giardino di bianca” svela un lato “pop” elegante e non banale,luminoso e struggente:è una sorta di canzone riflessiva non convenzionale,che evoca l’amore,ma non solo(“Il giardino di bianca/è quel posto lontano dalla nostra età/e lì ti nascondi/tra i mille fiori”) che continua il viaggio sull’introspezione,con caleidoscopiche chitarre.

“Canzone del 68” è una ballata malinconica dai risvolti notturni,col pianoforte in evidenza e una chitarra solista malinconica:testo enigmatico,che si presta a più chiavi di lettura;l’orecchiabilità è sempre in primo piano,e sempre vincente,senza cadere mai nel già sentito:il finale è una sorpresa dal sapore “progressive”.

”Il viandante” è più diretta e potente,e le chitarre si fanno nuovamente corpose su un cantato umbratile e riflessivo (“è facile osservare le infinite vie del mare/in un mondo di parole/di chi non sa pensare”);il brano sposa in maniera originale psichedelia e segmenti hard (bellissimo il solo di chitarra,molto “sentito”ed originale),e torna anche un certo flavour “progressive”,seppur in maniera minimale.

“Maestrale” è un’altra ballata intensa e rilassante,meditativa e magnifica nel suo incedere (nemmeno qui mancano passaggi sottilmente psichedelici,con delle ottime chitarre che commuovono ed emozionano con le loro delicate armonie);”Tutto normale” gioca tutto su riusciti chiaroscuri dal sapore “alternativo”,e continua il lavoro di “indagine” sulla sfera personale (“lei se ne andò senza parlare/come se fosse tutto normale”),tra riverberi avvolgenti e momenti di potenza,ma sempre con la melodia in evidenza.

Il disco dei Cheyenne,però,vive di vari momenti ed è molto vario;ecco,difatti,apparire una traccia come “Le lucciole”,che ricorda un po’ la grande scuola dei cantautori,”incrociata”ad un’atmosfera “sixties”:è un brano brioso ed insolito,condito di ironia (“ma questo inverno/sono arrivate le lucciole in città/e guarda caso non passi più qui al bar/dicono che sei cambiato,sei gioviale/e non hai più soldi per farti male”).

Poi è la volta di una nuova ballata raffinata (“E fa male”),dalle parole poetiche (“sai,è bello perdersi/in spazi scomodi/se so per certo che cercando bene/trovo te”),così come di un brano più possente (“La mia energia”),che arriva subito dopo,tra sentieri ombrosi e melodia rock,con un testo che evoca positività (“Io vivrò in eterno/le mie energie si rinnovano”).

“Nero il lavoro,bianca la morte” è un interessante rock ruvido e ultramoderno,che mette insieme riff stoner a ritmiche ficcanti indie-funk,in un mix altamente originale:liricamente,è uno spaccato sulla società di oggi giorno,con tutte le sue brutture (come il titolo spiega,esplicitamente).

“La fine” è il finale ombroso e notturno,una ballata dai risvolti amari (“e così anche tu vai via/crolla tutto intorno a me”) con un bellissimo pianoforte malinconico in evidenza;man mano che il pezzo si evolve,però,appaiono anche altre sfumature (e delle chitarre avvolgenti).

In altre parole….I Cheyenne Last spirit sono una band da tenere d’occhio,e questo loro album è un disco caleidoscopico,molto variegato ed in grado di regalare emozioni a piene mani:la band dà la propria versione del rock d’autore,con originalità e “pienezza”,sia nei contenuti che negli arrangiamenti….Una certa poesia di fondo e una spiccata personalità fanno il resto.

Consigliatissimi:una delle migliori band dell’underground italico,che sono felice di aver scoperto!

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