a cura di Eugenio Renzetti
Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?
Emil Cioran (1911-1995)
Saxofollia e l’ultimo lavoro discografico Portraits
Cosa sia un ritratto è cosa tanto semplice quanto complessa ai molti. Se ci si mette a pensare ai ritratti più “famosi” della storia dell’arte si imbatte di sicuro nella Gioconda di Leonardo da Vinci, nel Ritratto di Signora di Gustav Klimt, nelle serie di autoritratti di Vincent Van Gogh, nel Ritratto di Federico da Montefeltro e Battista Sforza di Piero della Francesca e nel Ritratto dei coniugi Arnolfini – lo specchio più geniale della storia dell’arte. La lista è senza dubbio infinita. Il ritratto e la riproduzione di oggetti e paesaggi in genere ha da sempre affascinato gli artisti – ma poi un’opera d’arte non è in qualsiasi caso il ritratto dell’immaginazione dell’autore? Ascoltando l’ultimo lavoro discografico del quartetto Saxofollia, intitolato appunto Portraits, solleticato anche dal titolo, la mia immaginazione vola sulle spiagge della Romagna nelle serate di agosto e di colpo questo disco ha lo stesso effetto evocativo del biscotto inzuppato nel thé di Marcel Proust.
Nelle caotiche passeggiate sull’affollato lungomare, in compagnia di una donna o di un buon gelato, ogni pochi metri si formano delle insolite aree di pace dove un turista, un bambino o semplicemente un curioso può farsi ritrarre da degli artisti di strada. La caratteristica di quei ritratti, svelti e fugaci ma non per questo frettolosi, non è di certo la solennità dell’arte accademizzata – anche se lo stesso Caravaggio non era di certo un accademico – nè l’intransigente austerità dell’arte sacra. La peculiarità di quelle opere d’arte sta nel fatto che l’artista mette in risalto il particolare più insolito, più divertente o anche più imbarazzante del candidato di turno. È così che una ragazzina lentigginosa diventa una sorta di Pippi Calzelunghe e un tedesco paffutello rinasce su tela come Obelix de noantri.
In questo quadro eterogeneo di stili e composizioni, il consolidato quartetto di sassofoni – quasi trent’anni di attività e nove dischi sulle spalle – traccia un percorso della storia della musica a noi molto vicina, in certi casi addirittura contemporanea, creando un’interpretazione intima e introspettiva, capace però di cedere la mano, al bisogno, ad una istintiva sfacciataggine.
Merito di questo grande risultato è oltretutto dovuto all’accurato lavoro di arrangiamento che c’è dietro ogni brano e che sancisce ancora una volta la grande professionalità di Roberto “Bob” Sansuini e Stefano Nanni. Il primo capace di mescolare con maestria e leggerezza swing, funk all’idea del contrappunto bachiano riuscendo, oltretutto, a far cambiare identità al gruppo che, senza rendersene conto, rimbalza dalla big band al quartetto d’archi con indifferenza. E se domani, che non ha di certo bisogno di presentazioni, è l’unico lavoro di Stefano Nanni per questo progetto grazie al quale dimostra tutta la capacità di saper mixare alla liricità, tutta italiana, idee di contrappunto ritmico e sviluppi melodici suadenti che vengono affrontati con estrema personalità dai membri del gruppo: Fabrizio Benevelli al soprano, Giovanni Contri al contralto, Marco Ferri al tenore e Alessandro Creola al baritono – questa la formazione dell’intero disco.

Saxofollia e l’ultimo lavoro discografico Portraits
Da questa immagine dei singoli musicista il titolo Portraits acquisisce il suo più grande valore. Perché il ritratto è si dei giganti della musica che l’ensemble ha deciso di affrontare, ma ciò che a mio avviso più colpisce è la rappresentazione delle personalità musicali di ognuno dei quattro sassofonisti.
Emerge così la dolcezza incisiva, mai scontata di Fabrizio Benevelli il quale, col suo modo spavaldo ed elegante di toccare sensualmente ogni nota, rilancia in continuazione idee musicali fresche e profonde; il sax contralto dal suono sicuro, di una frizzante gentilezza – tipica romagnola – di Giovanni Contri che, preciso e stabile, ingentilisce con una impertinente energia ogni frase da lui affrontata. Marco Ferri al tenore col suo suond molto personale, ruvido ma accogliente, che nell’improvvisazione lascia volare leggero il suo Io e che, in un istante, riesce a rientrare nell’idea cameristica del quartetto. In scala organologica per ultimo troviamo Alessandro Creola, baritonista del gruppo. Grazie a lui questa progetto non soffre la mancanza di una sezione ritmica. Creola è infatti capace di eseguire con sbalorditiva semplicità una melodia graziosa e composta per poi passare ad un walking bass duro e saltellante.
Insomma tanti micro ritratti che uniti identificano il suono e la musicalità di un vero e proprio gruppo da camera multitasking.
Gli ultimi due brani che compongono questa registrazione sono due composizioni originali di Gordon Goodwing e Bill Holcombe. Entrambe le composizioni sono delle vere e proprie suites. La prima, Diffusion, firmata Goodwing, composta di quattro movimenti racchiude tutta la storia del sassofono dalle sue origini francesi alle musiche più contemporanee d’oltreoceano. La seconda, A Tale Of Three Cities, firmata appunto Holcombe, è un vero e proprio elogio musicale a tre città simbolo dell’occidente – Londra, Parigi e New York – ripercorrendo i ritmi che nell’ultimo secolo le hanno maggiormente animate.
Saxofollia e l’ultimo lavoro discografico Portraits
I quattro musicisti sapranno tornare in patria in maniera del tutto sorprendente creando, inaspettatamente, un collegamento diretto tra Europa ed America come quello che, ormai più di un secolo fa, diede vita a quella musica straordinaria che oggi chiamiamo Jazz.
Mentre penso queste poche righe sono fuori dalla porta della classe che tra poco cercherò di domare e tento di camminare diritto percorrendo uno di questi nastri gialli, orribili e necessari, posizionati sul pavimento che oggi separano il defluire degli studenti. La sensazione torna ai giochi che si facevano da bambini quando si tracciava col gesso la linea dritta sulla quale dover camminare con la grandissima paura di sbagliare ma con l’eccessiva consapevolezza che era impossibile precipitare in un reale dirupo.
Portraits, il suo scorrere sicuro e incosciente mentre con leggera maestria saltella tra le mille sfaccettature della musica del Novecento, dona la sensazione di camminare, audace e confortato, sul filo del rasoio della corda disegnata sull’asfalto del parco del paese.
Eugenio Renzetti
