A cura di Elena Schipani

Il 24 novembre del 2017 è uscito il primo lavoro in chiave rock di Fabrizio Borghese, tenore
partenopeo, intitolato “Do di matto”. Molte le sonorità che si miscelano per creare un’omogeneità
musicale: si spazia infatti dal rock anni ’70, al grunge proprio degli anni ’90 fino ad arrivare ad
accenni alle grandi band straniere, Led Zeppelin e Deep Purple, ed italiane, BMS e PFM.
Otto tracce accomunate da un unico tema: l’amore, presentato in ogni sua sfaccettatura.
Il disco si apre con “Identità” un brano che stimola l’amore verso se stessi. Nonostante le difficoltà
e gli ostacoli, bisogna comunque imparare a rimanere fedeli a chi si è per davvero senza tradire la
propria identità. Dimostrare quindi il proprio essere, anche attraverso lo sguardo che deve essere
alto e fiero, quasi a voler sfidare chi si incontra sul proprio cammino e che giudica in maniera
frettolosa.
“Maledetto Amore” racconta invece di una donna che si presenta all’ascoltatore come cinica e
crudele non badando al dolore del proprio innamorato, ma anzi ne gode. Se ad un primo sguardo
questo atteggiamento può risultare malvagio, forse, è solo il modo di curare delle ferite talmente
profonde che sono quasi impossibili da rimarginare.
“Libera” è l’amore sensuale. Quello che viene raccontato in questo brano è quasi la preparazione ad
una notte di passione. L’un ica cosa che vogliono questi due amanti è stare uno nelle braccia
dell’altra, con la mente totalmente obnubilata dal desiderio.
In “Occhi di Megera” va in scena il dramma del tradimento. L’uomo che ha tradito la propria
compagna, nonostante il suo pentimento più sincero, si ritrova in completa solitudine. L’unica cosa
che non lo lascia mai solo è una presenza fissa, uno sguardo maligno perennemente puntato su di
lui. Ha sbagliato e sta pagando molto caro. Il senso di colpa è l’ammenda più grande.
“Pioggia” è un brano straziante. La fine di un grande amore e il tentativo di sopravvivere al dolore.
L’uomo distrutto deve essere, col tempo, come la pioggia che torrenziale trascina via e distrugge
tutto. Solo così, successivamente, si potrà ricostruire e ricominciare a vivere.
Non solo gli amori disperati e finiti ma c’è anche posto per il romanticismo più estremo. “La Rosea
Aurora” rimanda alle atmosfere delle ballad anni ’80. Un pezzo da dedicare alla persona amata per
imprimere nella memoria i momenti più preziosi vissuti insieme.
Quella di “Vivere in Eterno” è una melodia delicatissima e struggente. Il brano è dedicato ad un
amore che non c’è più, il motivo della separazione sembra essere una morte, ma nonostante questa
mancanza fisica la comunione di spiriti è ancora forte. Chi è rimasto in vita porta ancora il ricordo
dell’anima gemella inciso sul, e nel, cuore. Per sempre.
Il disco si chiude con un classico della canzone partenopea, “Tu Ca Nun Chiagne”, in chiave rock.
Con questo omaggio alle sue radici napoletane, Borghese conclude il suo racconto d’amore. Ancora
una volta l’immagine è quella di un innamorato distrutto dall’indifferenza della propria amata; per
trovare un po’ di conforto si appella alla Luna e al Monte Somma.

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